Metodo-Autobiografico-Creativo-Creatività-Relazioni

Creatività e intelligenza emotiva per costruire relazioni felici

Nella continua asimmetria delle relazioni, che appartiene a tutti, la competenza sociale, basata sull’intelligenza emotiva e sull’empatia, aiuta la buona comunicazione e rende efficaci le relazioni interpersonali. Il rapporto tra la propria individuale conoscenza di con quella dell’altro racchiude il senso della competenza sociale, di cui ciascuno abbisogna per avvalorare la chiave di lettura dell’autoconoscenza e per conoscere gli altri. Questa particolare propensione alla consapevolezza di sé rende molto più semplice il concetto di interazione con gli altri secondo la personale capacità di costruire relazioni sane. Ecco come può servire la creatività a questa funzione.

La creatività

Stefan Zweig, scrittore e drammaturgo naturalizzato britannico, scrive che “colui che ha trovato se stesso non può più smarrire nulla in questo mondo. E colui che ha compreso l’uomo che è in sé comprende tutti gli uomini”.

Partendo da questo presupposto, gli studi di carattere antropologico, che ho potuto mettere in pratica nei miei laboratori sul Metodo Autobiografico Creativo, hanno messo bene in evidenza l’importanza della creatività come strumento per “portar fuori” i vissuti personali più profondi. E, dunque, anche le emozioni dolorose con cui, il più delle volte, evitiamo di confrontarci.

L’indagine intorno alla funzione della creatività, allora, permette la riflessione sulle condizioni rilevanti in cui i sistemi aperti (come i circuiti limbici, sede delle emozioni) contagiano le persone che siano esposte a relazioni risonanti ed emotivamente cariche. Così, una storia narrata con il canovaccio della fiaba classica appare lo svelamento del mondo interiore, sommerso e negato, che può essere finalizzato alla dinamicità del personale essere nel mondo e del viaggio verso l’altro.

Il metodo autobiografico creativo

Il Metodo Autobiografico Creativo è, così, uno strumento molto potente, in grado di far comprendere meglio la realtà, la propria, prima di avventurarsi alla scoperta dell’altro. Come confortato dalle più recenti ricerche in materia di epigenetica, peraltro, il dialogo interiore, basato sull’autobiografia e sulla consapevolezza, è in grado di rimaneggiare il DNA nelle sue carenze emotive che vengono ereditate dalla madre.

Nutrire, infatti, il cervello con immagini di conforto, amore, speranza produce lo stesso effetto di un abbraccio, ossia accresce l’aumento del neurotrasmettitore associato alla produzione di ossitocina, l’ormone della fiducia che si sprigiona quando viviamo relazioni intense e gratificanti.

E questo è reso possibile dalla creatività che individua una comoda modalità di espressione e dialogo attraverso la metafora. E’ così che si affronta e si  risolve la conflittualità con le parti buie della personalità. Arriva in questo modo l’autoconoscenza e lo sviluppo del potenziale personale che chiamiamo intelligenza emotiva.

Funzioni della creatività

  • Capire meglio la propria indole,
  • riconoscere e gestire al meglio le proprie risorse e
  • adottare una comunicazione empatica, predisponendo se stessi e gli altri ad un’apertura vantaggiosa per entrambe le parti.
  • Riconoscere, inoltre, ciò che ragionevolmente ciascuno possa aspettarsi da se stessi e dagli altri,
  • prevedere eventuali reazioni e
  • aumentare la competenza sociale, attraverso un rinforzo di autostima e fiducia.

Cosicché, la massima di Ippocrate, “capire meglio il cervello per capire meglio l’uomo”, lascia intendere quanto sia interessante scoprire gli ordini ed i principi che governano la mente per spiegarsi l’agire umano, oltre i processi cognitivi.


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Il ruolo delle emozioni

Ecco che ritorna il tema della centralità delle emozioni che trasmettiamo agli altri e che ci dicono quanto siamo propensi ad accoglierli o rifiutarli. In questo modo, lo schema proposto dal Metodo Autobiografico Creativo è applicabile in azienda, a scuola, in un’associazione.

Sapere preliminarmente, infatti, da quali emozioni siamo, a volte, dominati, può aiutarci a capire che cosa dovremmo fare per dominarle, e non restarne succubi, e da quali stati d’animo sono pervasi anche gli altri. E adeguarci a loro, se il nostro obiettivo è intrattenere relazioni efficaci.

  • Prendiamo una classe. Quanto sarebbe d’aiuto all’insegnante conoscere le proprie emozioni e quelle dei suoi alunni? Questa conoscenza non aiuterebbe una didattica ad personam, piuttosto che una didattica a pioggia? Se è vero, come è vero, che l’apprendimento è un fatto principalmente emotivo, quanto appare utile e fondato l’apprendimento multisensoriale creativo?
  • E in azienda non è forse utile questa consapevolezza per assegnare ad ognuno un ruolo adeguato e introdurre una leadership risonante?

L’intelligenza emotiva

L’utilizzo concreto del metodo autobiografico creativo consente, infatti, di accrescere i livelli di intelligenza emotiva e di equilibrare le relazioni interpersonali in ogni contesto aggregativo. Tant’è che essa rappresenta il presente e il futuro delle competenze richieste dall’apparato “ricerca risorse umane” delle aziende. Ne parla il World Economic Forum che inserisce l’intelligenza emotiva tra le dieci competenze essenziali per i colletti bianchi a partire dal 2020.

Il futuro, dunque, è fatto di persone in grado di capire le persone. Capacità che diventa fondamentale per la giusta collocazione nei ruoli di leader per facilitare l’inserimento delle risorse umane nella mansione più idonea al carattere e all’indole di ognuno.

Grandi persone

Il mondo sta cambiando rapidamente e finalmente ci appare chiaro che per risollevare le sorti economiche dei Paesi non bastano grandi economisti ma servono e serviranno grandi persone. Per questo, sempre di più, esse saranno scelte e formate nei percorsi di consapevolezza, dove si impara a mettere al centro le emozioni e le relazioni.


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La Didattica per competenze al servizio delle Emozioni

Educare, educére, tirar fuori: che cosa? Le potenzialità insite a ciascun individuo attraverso processi consapevoli e partecipati, dunque gestiti! “Imparare ad imparare”, competenza delle competenze a mio modesto parere, della Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio (2008), esorta la Scuola, olisticamente, al cambiamento qualitativo per adempiere al nobile compito cui è chiamata: formare l’Uomo, attraverso lo sviluppo personale, affinchè “diventi” un cittadino attivo, quindi incluso, competitivo e “occupato”.

Il discente, dunque, impara ad imparare grazie all’azione, strategicamente, pianificata, programmata ed agita dalla Scuola attraverso processi realizzabili e percorsi fattibili in cui si possa sperimentare e riconoscere. Sperimentare per tentativi ed errori? Anche, ma non solo! Sperimentare l’interdipendenza e la collaborazione contro ogni forma di discriminazione, l’alleanza e la sinergia per favorire l’assunzione di atteggiamenti preventivi finalizzati all’utilità individuale e collettiva; sperimentare, allora, le potenzialità e i limiti per scoprirsi risorse, riconoscendosi in tutti i propri comportamenti compresi quelli, eventualmente, da modificare nell’ottica del miglioramento permanente: tutti siamo perfettibili!

Eppure, spesso, ci si conosce solo attraverso gli altri, spendendo parte, o gran parte, dell’esistenza “annaspando”, tra i meandri delle situazioni e delle interrelazioni, alla ricerca di capire “chi si è” e come “si è fatti” per orientarsi verso la meta maggiormente rispondente alla propria personalità. Compito arduo che, purtroppo, a volte, sacrifica preziose opportunità di crescita costruttiva e proficua atta a realizzare un progetto di vita utile a sè stessi e alla collettività.

I discenti, alfabetizzati emotivamente, sono, concretamente, aiutati a riconoscersi e farsi riconoscere per quello che, complessivamente, sono, maturando una “forma mentis” ed un “modus operandi” attivi che spendono, in modo naturale. Aver imparato a conoscere sè stessi, in tutte le dimensioni, prima di tutto quella interiore, quella delle emozioni e dei sentimenti che rendiamo manifesti in tutte le azioni della quotidianità, quella che ci fa essere Uomini è la positiva rendicontazione del Successo formativo! Leggi tutto “La Didattica per competenze al servizio delle Emozioni”

Camera dei Deputati - A scuola di Intelligenza Emotiva

Intervista all’On. Maria Teresa Bellucci sull’introduzione dell’ora curricolare di alfabetizzazione emotiva in classe

  1. Maria Teresa Bellucci, lo scorso 20 dicembre, presso la Camera dei Deputati, si è svolta un’interessante iniziativa, da Lei promossa, dal titolo “A scuola di Intelligenza emotiva”. Qual era la finalità?

L’iniziativa è nata per promuovere un confronto circa un’idea innovativa di scuola, contesto in cui si parla sempre meno di emozioni e sentimenti. L’obiettivo che si vuole perseguire si concretizza nella possibilità di prevedere l’introduzione nei curricula scolastici e nella formazione degli insegnanti dell’educazione alle competenze sociali ed emotive, così da guidare gli studenti verso una maggiore consapevolezza di sé ed un maggiore sviluppo sia del senso di convivenza civile, sia di coesione sociale.

  1. La scuola, in ogni legislatura, viene ripensata con provvedimenti. Ritiene che possa essere l’educazione all’intelligenza emotiva un’interessante proposta per meglio arricchire le comunità scolastiche di “buone relazioni”, di buone prassi che aiutino le studentesse e gli studenti a crescere e a formarsi meglio?

Assolutamente sì. Addirittura, il World Economic Forum ha inserito l’intelligenza emotiva tra le prime dieci competenze richieste nel mondo del lavoro. Ritengo sia di vitale importanza, dunque, aiutare i nostri studenti a sviluppare le capacità sociali, a riconoscere e soprattutto verbalizzare le proprie emozioni e a gestirle, prevenendo e risolvendo i conflitti. Grazie all’educazione all’intelligenza emotiva, si potrebbe creare un percorso in cui i giovani avrebbero modo di esprimere i propri problemi, analizzarli e insieme giungere ad una soluzione. Tutto ciò può, senza dubbio, contribuire a motivare i ragazzi, dapprima sul piano strettamente sociale e relazionale e poi su quello dello studio. Infatti, è dimostrato che l’apprendimento per inferenze emotive perdura nel tempo.

  1. I docenti delle scuole italiane sono quelli maggiormente esposti al rischio di burn-out, in relazione ai colleghi del resto d’Europa. Qual è il suo punto di vista in merito? Ritiene che una maggiore attenzione verso le dinamiche relazionali tra docenti, famiglie e studenti possa aiutare le nostre comunità a vivere meglio?

Senza alcun dubbio, l’insegnamento è considerato tra le professioni maggiormente predisposte allo sviluppo di problemi di salute mentale e sintomi comportamentali. Come riportato dai fatti di cronaca, si registra una triste escalation di violenza fisica e verbale nel contesto scolastico, che vede il coinvolgimento di studenti, professori e genitori. Pertanto, esiste un dovere etico, in capo alle Istituzioni, di tutelare gli insegnanti nello svolgimento del loro lavoro. Come è anche vero che, sempre più frequentemente, veniamo a conoscenza di maltrattamenti compiuti dai docenti sugli alunni. Bisogna intervenire con proposte concrete per la salvaguardia del sistema Scuola. In ragione di ciò, ho anche presentato una proposta di legge per l’introduzione dello psicologo scolastico, una figura professionale specialista nell’ambito delle relazioni umane e del benessere psico-fisico, così da poter svolgere la sua attività a favore degli studenti, ma anche verso le famiglie, gli insegnanti ed il personale scolastico.

  1. Nel corso della conferenza, il dr. Stefano Centonze, autore del libro “A scuola di Intelligenza emotiva”, presentato nella stessa occasione, ha affermato che per una società migliore, occorra puntare sul miglioramento della scuola. E che la chiave di questo cambiamento sia il benessere dell’insegnante. Che cosa ne pensa?

Credo che vivere in un clima di benessere e circondarsi di emozioni positive sia determinante per un adeguato e corretto sviluppo della persona, in tutte le sue sfaccettature. E’ basilare per raggiungere tale scopo partire dal benessere delle figure che hanno il ruolo di formare i più piccoli, in primis gli insegnanti. La scuola svolge un ruolo educativo determinante e non può essere lasciata sola e priva delle giuste risorse.

  1. Molti sono i segnali allarmanti relativi ad atti di bullismo e cyberbullismo che avvengono a scuola e nella società in genere. Come “Un’ora di intelligenza emotiva a scuola ”, per parafrasare il libro di Recalcati “Un’ora di lezione salva la vita “, potrebbe migliorare la convivenza civile?

I nostri giovani sono sempre più abituati a vivere in uno stato di isolamento. Le scuole hanno il dovere di parlare di emozioni, autocontrollo ed empatia, così da far acquisire abitudini in grado di promuovere un clima culturale, sociale ed emotivo capace di scoraggiare sul nascere i comportamenti di prevaricazione e prepotenza tipici del “bullo”. Infatti, proprio sul bullismo e il cyberbullismo, la Commissione per l’Infanzia e l’Adolescenza, di cui mi onoro di far parte, ha avviato un’indagine conoscitiva, nel corso della quale si stanno svolgendo una serie di audizioni con associazioni ed esperti di questi complessi fenomeni. Vogliamo affrontare questo problema e proporre piani di intervento preventivo per arginare ogni forma di violenza tra i ragazzi, sempre più diffuse soprattutto nelle scuole. L’educazione all’empatia, intesa come capacità di valorizzazione dell’esperienza sociale, rappresenterebbe certamente un aiuto in questo senso.

  1. Artedo ha presentato una proposta e una soluzione. Crede che quello tra le Istituzioni e il privato sia un dialogo possibile e duraturo per un obiettivo comune?

Certamente, il dialogo tra Istituzioni e operatori ed esperti del settore è possibile, anzi, deve essere incentivato. Solo dall’ascolto, dal dialogo e dal confronto si possono attuare interventi legislativi in grado di rispondere alle reali necessità della scuola e, in particolare, alla tutela della migliore educazione delle nuove generazioni, il futuro della nostra Italia.

  1. Al termine della conferenza, Lei ha pubblicamente assunto l’impegno a sottoporre al Governo la domanda di attenzione verso i temi trattati e di far diventare curricolare l’ora di intelligenza emotiva, presentando una Risoluzione a sua firma. A che punto stanno le cose? Qual è il prossimo passo?

Mantenendo l’impegno assunto, ad inizio marzo ho depositato alla Camera dei deputati la Mozione in materia di promozione dell’educazione sociale e all’intelligenza emotiva, di cui sono prima firmataria, suscitando fin da subito interesse nel mondo Istituzionale e non solo. Tra i vari impegni, infatti, ho chiesto al Governo di favorire l’introduzione nei programmi didattici di insegnamenti finalizzati all’educazione emotiva e sociale. Un primo passo è stato compiuto e ne seguiranno altri. L’obiettivo da raggiungere è quello di preparare le future generazioni a sviluppare le proprie capacità sociali attraverso le emozioni, i sentimenti, i valori: solo così si potrà costruire un’Italia migliore.

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Le materie scolastiche e le emozioni

Le materie scolastiche che insegnano le emozioni

Basta volerlo e un’ora di lezione curriculare in classe può trasformarsi in un’ora d’intelligenza emotiva. Vediamo adesso in che modo le competenze emotive possano essere messe a disposizione delle lezioni tradizionali in classe, partendo dall’utilizzo che è possibile fare di alcune discipline per agevolare lo studio, la riflessione e la comprensione delle emozioni.

Lingua italiana ed emozioni

Nello studio della lingua italiana, ad esempio, le parti di un testo scritto che connotano un’emozione diventano per l’insegnante un assist imperdibile per riflettere, in classe, sul nome, sul riconoscimento e sulle conseguenze delle stesse. Sui personaggi del testo, in relazione alle loro vicissitudini narrate, come sui ragazzi in aula: l’insegnante può, infatti, sospendere la lettura e chiedere quando ognuno abbia incontrato quell’emozione, quali conseguenze abbia avuto, se se ne ricordino gli effetti fisici e l’intensità, quale sia il contrario di quell’emozione, un sinonimo eccetera.

Descrivere, sia oralmente che per iscritto, gli episodi emotivi è un ottimo esercizio per arricchire il lessico, in generale, e il vocabolario emotivo, in particolare.

L’autoriflessione, specie se guidata dall’educatore, aiuta la messa alla prova della consistenza logica delle affermazioni, la discriminazione tra realtà oggettiva e realtà percepita (o soggettiva). Esercizio, peraltro, importantissimo per gli adolescenti che possono, così, rinegoziare comportamenti, confutarli alla luce della loro ricaduta emotiva (su se stessi e sugli altri) e modificare i pensieri irrazionali. Cioè, parlare di emozioni in classe è anche un ottimo allenamento al pensiero razionale.

Le scienze

Già alle primarie, poi, l’ora di scienze può essere il pretesto per studiare i correlati anatomici delle emozioni. Così, individuare le informazioni che anticipano l’insorgere di una reazione emotiva aiuta a riconoscere i segnali neurovegetativi che provengono dal corpo e che sono diversamente associati alle emozioni.

Quello che potremmo definire una “pratica precoce della consapevolezza dei pensieri collegati a stati emozionali (le cosiddette abilità meta-emotive)”.


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La Relazione Educativa: dimensioni emotive e dinamiche di gruppo.

La relazione educativa


Studi sociali e relazioni

Con gli studi sociali, come, ad esempio, nel Liceo Psicopedagogico o nell’Istituto Tecnico per i Servizi Sociali, l’attenzione si sposta sulla relazione. Per gli studenti, parlare di emozioni vuol dire imparare a dialogare, migliorare la capacità di conversare e di stare con gli altri all’interno di un gruppo.

Nei contesti sociali, infatti, esprimere le proprie opinioni, discutere e offrire il proprio contributo nella ricerca e nell’organizzazione delle risorse necessarie a realizzare un progetto condiviso con altri è un acceleratore dei fattori di crescita armonica della persona.

E questo vale anche con i più piccoli (con lo studio dell’educazione civica nelle scuole medie). Favorire nei ragazzi, fin da bambini, la disponibilità alla verifica di atteggiamenti individuali o di gruppo che possono turbare l’armonia della convivenza democratica li fa crescere in autonomia e in responsabilità.

Musica e arte

Ci sono, poi, discipline che sono la casa delle emozioni, come l’educazione musicale e l’educazione artistica.

Raccontarsi attraverso le emozioni suscitare da una canzone è un’attività che gli adolescenti, nel turbinio delle sensazioni da cui è travolta la loro età, amano al di sopra di molte altre attività, incluse quelle ludiche. Il gioco (benché un gioco non sia) aiuta l’insegnante a guidare una riflessione su ritmi, tonalità e modi che stimolano particolari stati d’animo. Come pure, è un ottimo esercizio di alfabetizzazione emozionale per i più piccoli individuare e riconoscere suoni e rumori della natura e dell’ambiente che suscitano emozioni. O produrre suoni e rumori che abbiano lo stesso effetto.

Nell’educazione all’immagine, viceversa, lo scopo del lavoro finalizzato alla consapevolezza emotiva riguarda elementi e immagini che narrano, in forma plastica o pittorica, di emozioni. Allo stesso modo, cogliere le emozioni in un’immagine, partendo dalle composizioni cromatiche o manipolare le immagini per modificarne il contenuto emotivo.

Apprendere, infatti, in modo creativo e personale, come rappresentare vissuti, sentimenti e stati d’animo, accresce la consapevolezza e l’intelligenza emotiva.

Educazione motoria

Un riferimento, infine, all’educazione motoria. Riflettere sulle posture e sulle mimiche delle emozioni, esprimere con il corpo gli stati d’animo, migliorare la respirazione, apprendere tecniche di rilassamento per distrarsi da emozioni negative sono possibilità che offre l’ora di educazione fisica.

Ogni attività, poi, può essere svolta anche con le tecniche di Arti Terapie. Esprimere le emozioni, infatti, con mezzi creativi, quindi, con linguaggi immediati, analogici, non verbali, ne amplifica gli effetti e abbrevia, con la pratica artistica, i tempi di assimilazione dei concetti.


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A scuola di Intelligenza Emotiva

A scuola di Intelligenza Emotiva

Il testo esorta all’introspezione per consolidare la consapevolezza della propria identità, frutto del passato e artefice del futuro: gli adulti tutti, gli educatori in particolare, non possono non tener presente questa grande rivelazione creativa che, costantemente, deve supportare l’agire.

L’autore, Stefano Centonze, ha profuso tanto impegno e speso tante energie per “gridare” l’urgenza di un nuovo Umanesimo, lo stesso voluto dalle Indicazioni Nazionali 2012, attraverso il processo Cultura-Scuola-Persona. La nostra Costituzione considera l’istruzione uno dei fini di cui deve farsi carico lo Stato per promuovere condizioni di benessere per la collettività e per ogni singolo cittadino e il testo insiste sul concetto che la Scuola, nello stesso momento in cui accoglie un discente, deve accompagnarlo e aiutarlo nel suo percorso di maturazione della Personalità poiché ogni Persona ha diritto all’evoluzione attraverso il processo di istruzione e formazione (art. 3, Cost.).

Dall’analisi della società del terzo Millennio, tuttavia, emergono ricchezza e, spesso, contraddittorietà di stimoli culturali e conseguente moltiplicarsi di opportunità e di rischi tali da indurre a chiedersi se la Società tutta ed in particolare la Scuola, Agenzia educativa intenzionale, possano attrezzarsi ulteriormente per supportare la crescita armonica delle persone in evoluzione valorizzando il bagaglio esperienziale di tutti. Ogni individuo porta con sé il proprio bagaglio socioculturale, frutto, anche, della vita psichica che “accantona” gioie, dolori, gratifiche, delusioni, frustrazioni che costruiscono barriere e difese. Gioie, dolori, gratifiche, delusioni, frustrazioni, tutte parole legate alle emozioni che, in modo del tutto naturale, il corpo sperimenta continuamente per aprirsi alla vita sociale costruendo, al contempo, la vita psichica che, a sua volta, mette a disposizione della vita sociale.

Vita sociale e vita psichica, dunque, perfettamente complementari in rapporto simbiotico. Ciò significa che le prestazioni di una o dell’altra e/o, purtroppo, le debolezze condizionano positivamente o negativamente la concreta evoluzione della Persona e della sua Personalità. Sappiamo bene quanto fondamentali siano quegli obiettivi che individuiamo come prioritari riferiti ad esiti ben precisi attraverso traguardi di medio e lungo periodo. “A scuola di Intelligenza Emotiva” fa emergere l’assunto ineludibile, l’obiettivo prioritario in assoluto: la formazione completa dell’Uomo. Quotidianamente siamo afflitti da atrocità nei confronti del genere umano e della loro dimora naturale, la Terra; allora è necessario riflettere sulle azioni compiute dettate dagli impulsi e cercare la strada maestra da percorrere per ripararvi.

Buona rivelazione emozionale a tutti!!! Leggi tutto “A scuola di Intelligenza Emotiva”

Miur docente scuola intelligenza emotiva

Miur: sarà la scuola del docente inclusivo e dell’intelligenza emotiva

Sembra davvero che i tempi siano maturi. In Spagna, d’altro canto, da alcuni anni è stata istituita l’ora dell’intelligenza emotiva tra le attività  didattiche in classe per migliorare l’ambiente di apprendimento. La scuola iberica ha, dunque, abbracciato l’idea di Edward De Bono, lo psicologo accostato al pensiero divergente e al problem solving creativo, di aiutare gli studenti a imparare a rendersi autonomi nella ricerca delle soluzioni, grazie alla creatività e allo studio delle emozioni. Ora tocca alla scuola italiana. Così, con la pubblicazione del dossier “Sviluppo professionale e qualità  della formazione in servizio”, il Ministero della Pubblica Istruzione getta le basi per la nascita, nel nostro Paese, del docente inclusivo per un modo trasversale d’intendere l’insegnamento. Anche i nostri professori, in altre parole, andranno a scuola d’intelligenza emotiva.

La Legge 107/2015

Con la Legge 107/2015, non apprezzata da tutti (per usare un eufemismo!), il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), di fatto, introduce sostanziali modifiche all’approccio alla formazione e allo sviluppo professionale. Nasce così la Carta del Docente e un bonus da 500,00 euro annuali che ogni insegnante di ruolo potrà impiegare, nel triennio 2016-2019, per la propria formazione continua e per la valorizzazione delle competenze professionali. Un investimento finanziario di 386 milioni di euro per le azioni formative individuali  che se investiti in formazione per il miglioramento della didattica possono far fare un salto di qualità alla scuola e ai docenti.

Il Piano Nazionale per Formazione dei Docenti

Il Piano Nazionale per Formazione dei Docenti (PFND), recepito con D.M. 797/2016, presuppone che il capitale professionale di cui è dotata la scuola sia uno dei principali fattori di crescita del Paese e che la qualità dell’istruzione sia imprescindibile dalla qualità della formazione. “Per qualificare l’istruzione di un Paese, è importante riscoprire il valore dello sviluppo professionale dei docenti che rappresentano il 97% di un bilancio di una scuola”, come recita testualmente il Piano.

Ecco che allora, in esecuzione a ciò, alcuni giorni fa, sul sito del MIUR viene pubblicato il dossier “Sviluppo professionale e qualità della formazione in servizio”, redatto dalla Direzione Generale per il personale scolastico dello stesso Ministero, per focalizzare l’attenzione degli insegnanti sui punti cardine che ogni formazione/aggiornamento dovrebbe affrontare per essere in linea con il Piano Nazionale di Formazione 2016-2019.


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La scuola inclusiva

Nel dossier, di fatto, l’attenzione all’inclusione e alle diversità viene derubricata dal livello di competenza professionale del docente di sostegno e specifica per allievi con bisogni educativi speciali per diventare un atteggiamento mentale usuale e diffuso di tutti i docenti (“normale” è il temine esatto che usa il Ministero) che agevoli le capacità individuali di “modulare” la didattica in relazione alle caratteristiche personali di ogni allievo. Argomento che i miei lettori abituali sanno che ho personalmente anticipato e trattato in articoli molti apprezzati di cui consiglio la lettura per ogni approfondimento.

Tre su tutti:

La “vera” buona scuola

Chi ricorda quegli articoli troverà coerenza tra quello che il MIUR auspica e le reali necessità della scuola, rilevate (per esperienza diretta) e anticipate da un attento osservatore (e conoscitore) del complesso universo dell’insegnamento. Che si manifesta nei rapporti, spesso tesi, tra l’istituzione e i destinatari ultimi del messaggio formativo, con tutto quello che ne consegue a livello di

  • preparazione generale dei nostri ragazzi,
  • specie se paragonata a quella dei coetanei di altre Nazioni, e
  • d’impatto sul mondo del lavoro.

Insomma, serve qualcosa in più dell’ineccepibile preparazione tecnica disciplinare dei nostri insegnanti. Su questo principio, peraltro, si basa la cosiddetta “vera Buona Scuola“, la riforma che, nei propositi espressi nel  contratto del Governo del Cambiamento da Lega e M5S, dovrebbe soppiantare i punti carenti di quella precedente.

Il docente inclusivo

La circolale MIUR del Maggio 2018 delinea, così, il profilo del docente inclusivo, le cui competenze devono essere aggiornate su più aree, le une integrate alle altre. Così, accanto alle tradizionali competenze tecniche, anch’esse rivisitate alla luce dei nuovi bisogni, ne compaiono di nuove, di carattere trasversale.

Il dossier, testualmente, fa riferimento a competenze di base di matrice:

  • didattica (capacità di pianificazione di interventi mirati, repertorio di metodologie didattiche inclusive e di strategie di individualizzazione e personalizzazione, repertorio di risorse e strumenti per la valutazione incrementale e formativa);
  • organizzativa (capacità di gestire la classe e i gruppi di apprendimento, di allestire ambienti di apprendimento stimolanti, di utilizzare in modo efficace spazi e tempi, di ricorrere a mediatori didattici multicanale, comprese le TIC, per sostenere processi di apprendimento attivi e cooperativi);
  • epistemologica (capacità di riflettere criticamente e di rivedere pratiche e scelte attraverso nuovi percorsi di ricerca e di innovazione);

A cui, indipendentemente dalla materia d’insegnamento del docente, vanno, a questo punto, necessariamente associate quelle di tipo:

  • personale (capacità di empatia, sensibilità pedagogica, motivazione, stile attributivo, livello di autoefficacia, convinzioni personali, aspettative);
  • relazionale (capacità di gestire la comunicazione e le relazioni all’interno della comunità professionale e con i genitori degli alunni);
  • psicopedagogico (conoscenze specifiche sul processo di sviluppo e sulle condizioni per l’apprendimento).

Dico “necessariamente”, poiché da adesso, nelle intenzioni del Miur, dovranno abbandonare la teoria dei testi normativi e diventare pratica.


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A scuola con intelligenza emotiva

La capacità del docente di gestire le relazioni e i comportamenti in classe diventa, dunque, un criterio di qualità, funzionale sia

Una modalità emotivamente intelligente di gestire la dimensione relazionale e comportamentale aiuta, infatti, la creazione di un ambiente di apprendimento ideale. È così che per l’insegnante diventa più agevole trasmettere valori e regole, oltre a gestire in armonia il capitale umano che si fonda su relazione e mediazione tra gli attori. Da una parte.

D’altro canto, è così che il docente creerà

  • relazioni positive con gli allievi e
  • un ambiente di mutuo rispetto, comunicazione coinvolgimento.

Il futuro è oggi

La scuola del futuro è, in sintesi, la scuola dell’intelligenza emotiva, la chiave del cui successo è proprio il docente. Con le sue capacità di

  • far accettare regole condivise;
  • gestire i comportamenti in classe;
  • riconoscere e rispondere ai diversi bisogni emotivi degli studenti;
  • sostenere l’autostima individuale;
  • rinforzare la percezione di efficacia;
  • valorizzare il contributo e l’impegno di ogni singolo studente. Ciascuno secondo le proprie risorse e naturali inclinazioni.

Gli insegnanti non hanno mai smesso ma ci sarà da lavorare ancora. La buona notizia, tuttavia, è che l’intelligenza emotiva, come competenza trasversale, può essere appresa ad ogni età. Anche in modo creativo e divertente.


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Le klassens tid

Le klassens tid: a scuola di “empatia” per adulti felici

Uno dei programmi più interessanti nelle scuole danesi si chiama “Klassen Tid” o “Class Hour”. È uno dei modi in cui si aiuta a promuovere l’empatia e la comprensione in tutti gli studenti. Se non iniziamo a riconoscere la necessità della connessione umana, i nostri figli perderanno di vista l’importanza di relazioni significative e l’impatto positivo che hanno sulla vita di una persona. Queste relazioni aumentano la longevità e aiutano a migliorare la salute generale.

In Danimarca, agli studenti, dai 6 ai 16 anni, viene insegnata un’ora di “Empatia” a settimana, per il miglioramento delle dinamiche di classe. Imparano a collaborare, socializzare, concentrarsi, negoziare, rispettare le regole, ascoltare, parlare e mettere in pratica le proprie conoscenze. Si tratta di un vero e proprio skillset necessario per il funzionamento produttivo della vita di tutti i giorni.

Insegnare tolleranza e appartenenza (fællesskab, in danese) non soltanto fa ridurre il tasso di bullismo, ma accresce notevolmente i livelli di felicità. Per questo motivo, è importante ricordare che la vita scolastica è molto più che ricevere voti alti su test e verifiche. La scuola è l’ambiente in cui i nostri figli imparano a convivere in comunità e dove iniziano a prepararsi per l’età adulta. Gli insegnanti hanno un lavoro importante: non insegnano solo matematica, scienze, storia, religione, ma insegnano anche ai ragazzi a stare bene con sé stessi.

Le “Klassens tid” mirano a promuovere l’impegno degli studenti nel proprio sviluppo mentale aumentando la loro conoscenza reciproca e, soprattutto, loro stessi. Bisogna, quindi, lavorare per una migliore comprensione e accettazione reciproca da parte di tutti (aspetto importante dell’avere empatia). In questo modo, ottengono una migliore comprensione di diverse prospettive ed esperienze di benessere sia a scuola che nel mondo in generale.

La “Class Hour” si avvicenda una volta alla settimana, ed è una parte fondamentale del curriculum. Lo scopo è che tutti gli studenti si incontrino in un ambiente confortevole per parlare di eventuali problemi che potrebbero avere. Insieme, la classe cerca di trovare una soluzione. Il problema da risolvere potrebbe essere nato tra due studenti, un gruppo, quindi all’interno dell’ambiente scolastico ma può essere anche un problema non connesso alla scuola. Se non ci sono problemi su cui discutere, ci si riunisce semplicemente per rilassarsi, divertirsi o per stare insieme.

È qui che entra in scena la “Klassen Time kage” o “the Class Hour cake”. È una torta che gli studenti, a turno, preparano ogni settimana per l’occasione. Se non vogliono cucinare la torta, possono portare qualsiasi tipo di snack (hyggelige) da gustare insieme, dopo il discorso. La “Class Hour cake” è una parte così integrante della cultura danese che ha persino una sua ricetta. Durante l’ora di lezione, l’insegnante richiama tutti i problemi che ha evidenziato nel corso della discussione, oltre a ciò che gli studenti stessi menzionano. Una parte importante della vita è, dunque, la capacità di socializzare. Queste abilità possono essere sviluppate e praticate.

Ma cos’è precisamente l’empatia? É la capacità di identificarsi con i sentimenti degli altri, di entrare nei panni di qualcun altro. È un’abilità personale cruciale da mettere in atto soprattutto quando si lavora con gli altri ma anche in una relazione di coppia. Essere empatici è qualcosa che si dovrebbe idealmente imparare all’interno della famiglia sin da bambino. Tuttavia, alcuni pensano che i bambini perdano questa capacità e che quindi saranno meno felici da adulti. L’empatia non è qualcosa che viene trasmesso solo dalla parola scritta o da qualcosa di innato. L’empatia è gentilezza, simpatia, compassione e comprensione dell’altro, così attraverso il loro comportamento, gli studenti attualizzano ciò che viene loro insegnato.

La “Class Hour” ha molteplici scopi. In Danimarca, un insegnante è la persona chiave nella vita scolastica di ogni studente. È lui che crea e coordina i processi di apprendimento, sia accademici che sociali, ed è naturalmente compito dello studente sostenere i propri compagni di classe da vicino ed emotivamente. Compiti dell’insegnante di classe è anche quello di essere facilitatore dei desideri e degli interessi della classe.

Fondamentalmente, tutti gli insegnanti hanno la responsabilità di coinvolgere gli studenti nella pianificazione dell’insegnamento, ma sarà naturale che l’insegnante assuma un ruolo di coordinamento, per creare discussioni. Spetta agli insegnanti o agli educatori migliorare la connessione tra i loro studenti e se stessi come modelli di ruolo, ma anche, ed ancora più importante, è dare agli studenti le migliori possibilità di crescere e diventare persone sane e ben funzionanti in un contesto sociale.

L’insegnante, dunque, ha molteplici scopi. Aiuta a creare un ambiente di apprendimento inclusivo in cui gli studenti vogliono imparare e partecipare. Mira anche a promuovere il coinvolgimento degli studenti nel proprio sviluppo mentale aumentando la loro conoscenza reciproca e loro stessi, e quindi lavora per una migliore comprensione e accettazione di tutti. È un modo di fare “classe”: costruire una squadra e creare una comunità ben funzionante.

Abbiamo già ribadito che lo scopo della Class Hour è che tutti gli studenti si incontrino in un ambiente confortevole. Insieme, la classe cerca di rispettare tutti gli aspetti e gli angoli e sempre insieme si trova una soluzione. La cosa più importante è che tutti siano ascoltati, visti e riconosciuti come membri di una comunità più grande. Quando sei riconosciuto, diventi qualcuno. L’empatia gioca un ruolo chiave nel migliorare le nostre connessioni sociali, che è un fattore importante per la nostra felicità generale. L’empatia nell’insegnamento non solo ha dimostrato di rendere i bambini più competenti dal punto di vista emotivo e sociale e di ridurre notevolmente il bullismo, ma può anche aiutare ad avere un maggior numero di adulti di successo in futuro.

Il valore di questo metodo non è soltanto prevedibile ma è perfino comprovato. Infatti, uno studio dell’Università del Michigan ha dimostrato un’apprezzabile diminuzione del livello di empatia tra i giovani statunitensi di oggi rispetto a quelli degli anni Ottanta-Novanta e questo calo è coinciso con un aumento dei problemi di salute mentale e depressione degli stessi.

Secondo le evidenze dell’intelligenza emotiva, sviluppare i talenti personali partendo dalle naturali inclinazioni, offrendo ascolto e lavorando sulle emozioni coinvolte nella relazione educativa rappresenta la nuova frontiera dell’insegnamento efficace per riavvicinare gli attori coinvolti nel processo non più sul piano del ‘che cosa’ ciascuno possa fare ma del ‘come’ e del ‘perché’. Riconoscere infatti le proprie emozioni, saperle chiamare per nome e riconoscerle negli altri è la competenza chiave per recuperare il benessere, modificare la modalità di insegnare e gestire bene i conflitti”. Il dr. Stefano Centonze offre spunti per una risoluzione intelligente attraverso il progetto “Intelligenza emotiva a scuola” presentato dallo stesso alla Camera dei Deputati. Tale progetto delinea il metodo dell’apprendimento multisensoriale creativo: per una scuola sana, per una società sana che torni a parlare di emozioni.

Camera dei Deputati - A scuola di Intelligenza Emotiva Leggi tutto “Le klassens tid: a scuola di “empatia” per adulti felici”

A Napoli la prima ora di lezione d’intelligenza emotiva in classe in Italia

ora intelligenza emotiva scuola NapoliMentre si compiono notevoli sforzi in patria per innalzare il livello della preparazione scolastica dei nostri ragazzi (e colmare il gap che ci divide dagli Stati dell’Unione Europea), una vecchia, nuova e preoccupante lacuna respinge la nostra scuola. Nessuno spazio è ancora destinato alla scienza del sé, all’intelligenza emotiva, alla cultura dell’empatia per arginare l’analfabetismo emozionale dilagante. Quanto bisognerà attendere ancora per una riforma che inserisca nei regolari programmi curricolari lezioni su come gestire le emozioni, riconoscere quelle fondamentali – felicità, tristezza, collera, sorpresa, timore, disgusto – e imparare a ricomporre i contrasti in maniera non conflittuale? Leggi tutto “A Napoli la prima ora di lezione d’intelligenza emotiva in classe in Italia”

Le parole che uccidono

Con la stessa facilità, le parole curano o mortificano la fragilità

Nel corso della nostra vita, siamo accompagnati da molte esperienze che ci aiutano a comprendere chi siamo e chi siano gli altri. Ognuna di queste esperienze è, a sua volta, accompagnata dall’incontro con altrettante condizioni dell’anima che raccontano di emozioni e sentimenti. Così, ci “costruiamo come persone” intorno alla tristezza, alla felicità, alla sofferenza, alla solitudine, alla tenerezza, al desiderio, alla speranza, al dolore. E alle parole per dar voce alla dimensione umana che accomuna tutti gli stati d’animo, nessuno escluso: la fragilità. Leggi tutto “Con la stessa facilità, le parole curano o mortificano la fragilità”

Giochi in classe per sviluppare l’intelligenza emotiva

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Un insegnante assiste alla scena di due alunni di prima elementare che si spintonano per uscire per primi dall’aula al momento della ricreazione. Che fare? Intervenire o no? Se sì, come? Diventando giudice della situazione sulla base della scena vista? Chiedendo spiegazioni a entrambi? Parlando con ciascuno separatamente? Ignorando l’accaduto, perché, in fondo “non è accaduto nulla di grave”? Ecco alcune idee creative, ad uso degli insegnanti, per proporre attività in classe finalizzate al miglioramento delle competenze emotive dei ragazzi, necessarie alle sane relazioni. Leggi tutto “Giochi in classe per sviluppare l’intelligenza emotiva”

L’ora curricolare di alfabetizzazione emotiva in classe

intelligenza emotiva e alfabetizzazione emotiva“Nessun apprendimento avviene a prescindere dai sentimenti dei ragazzi. Sentimenti che scaturiscono dai rapporti con gli altri. Ai fini dell’apprendimento, l’alfabetizzazione emozionale è importante almeno come la matematica e la lettura.” Con queste parole, Karen Stone McCown, citata da Daniel Goleman, spiega il programma didattico che ha elaborato per l’apprendimento della Scienza del sé al Neuva Learning Center di San Francisco, la scuola che può essere considerata un vero e proprio corso modello di intelligenza emotiva. L’esperienza, negli ultimi anni replicata con successo nelle scuole spagnole, ha radici negli anni ’60 dello scorso secolo, allorquando si diffonde negli Stati Uniti d’America un movimento per l’educazione affettiva.

Ne ho parlato nei giorni scorsi con l’On. Maria Teresa Bellucci. A lei ho presentato l’idea di introdurre anche in Italia, già a partire dall’Anno Scolastico 2018/2019, un’ora curricolare a settimana  di intelligenza emotiva in classe. L’articolo che segue contiene le motivazioni che possono portare ad un Disegno di Legge per far crescere la nostra scuola. Il prossimo passo sarà una conferenza stampa alla Camera dei Deputati.

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Intelligenza emotiva e competenza

Da un passo di Seneca apprendiamo che già nella Roma di Nerone, il filosofo lamentava il modo di insegnare dei suoi tempi : “non scholae, sed vitae discimus“;  ribadiva infatti, il sapiente, che non si studia per la scuola, ma per la vita…

Nulla di nuovo quindi sotto il sole, quando, con maggior senso critico e precisione didattica, si è tornati a porre l’accento su quanto sia importante lavorare nell’apprendimento senza perdere di vista quelle che devono essere le finalità dell’azione educativa: formare il cittadino, aprire la sua mente e il suo cuore (oserei dire), permettendogli di vivere in questa società complessa e in continuo divenire da vero protagonista positivo, ossia come “essere” consapevole di se stesso e delle sue potenzialità  emotive e intellettive, empatico, aderente ai principi filantropici, in continua crescita culturale, come suggerisce lo stile cognitivo del long life learning, competente.

E’ un ideale di humanitas, in un certo senso, in cui si può leggere l’eco del terenziano homo sum, humani nihil a me alienum puto: sono un essere umano, non ritengo estraneo a me nulla di ciò che riguarda l’uomo, ma anche del panta rei di Eraclito: tutto scorre , tutto si trasforma e in questo processo di cambiamento siamo inseriti anche noi e rischiamo di diventare desueti se non ci adeguiamo ai cambiamenti e all’innovazione.

Nel panorama attuale, per la realizzazione del cittadino esemplare si affiancano due percorsi che finiscono per diventare  complementari tra loro: la didattica per competenze e l’educazione emotiva.

L’efficacia dell’azione educativa diventa fondamentale e così gli elementi che contribuiscono a determinarla: l’aspetto tecnico, che cosa si fa; quello emotivo , come si fa;  la motivazione, perché si fa qualcosa.  (Stefano Centonze)

La didattica per competenze si concentra soprattutto sull’aspetto tecnico, sul “che cosa si fa“, ma offre anche risposte motivazionali e accompagna la scuola verso un percorso innovativo in cui il discente diventa protagonista del processo di apprendimento.

Nella didattica per competenze il docente figura come facilitatore; l’apprendimento diventa un fatto soprattutto sociale in quanto si prediligono sopratutto esperienze di peer tutoring, laboratorialità, gruppi cooperativi e discussione.

Viene privilegiata l’esperienza attiva , concreta, in contesti significativi e reali.

Torniamo ora all’aspetto emotivo.

Nel suo libro, L’ospite inquietante, il sociologo Umberto Galimberti osserva che l’uomo del nostro tempo ha indurito il cuore, quel nucleo caldo della sua identità, che nei primi anni della vita elabora le mappe emotive che in seguito lo guideranno, dettando i suoi atteggiamenti nel rapporto con se stesso e con gli altri.

Nei primi tre anni di vita il bambino deve essere ascoltato, seguito ed accudito con la massima attenzione da parte dei genitori, altrimenti penserà di non valere niente e il processo di elaborazione dell’identità personale verrà alterato.  Un atteggiamento genitoriale positivo e presente permetterà  di passare dall’impulso, ossia dal gesto di risposta istintivo ad uno stimolo emotivo, all’emozione vera e propria, consapevole di un processo e infine al sentimento, la forma più evoluta perché non è basata solo sull’emozione ma è un fatto anche cognitivo. Il sentimento infatti si apprende e  consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata.

Ed è a questo punto che entra in funzione la scuola. La letteratura ci insegna che cos’è l’amore, la noia, il dolore…  se vogliamo che i ragazzi apprendano che cos’è il sentimento, dobbiamo motivarli, interessarli e coinvolgerli, appassionarli alla lettura.

Ora, se nel passato, intelligenza ed emozioni erano considerati quasi antonimi, recentemente  la testa e il cuore sono considerate due facce della stessa medaglia, e si pensa che non possa esserci un comportamento intelligente senza le emozioni.

La storia del termine “intelligenza emotiva” sicuramente richiama l’opera di Howard Gardner, Formae mentis, che nel 1987 ha introdotto il tema delle intelligenze multiple, introducendo un’interessante riflessione sui molteplici aspetti dell’intelligenza.

Le intelligenze si classificano facendo riferimento a due grandi categorie: intrapersonali, manifestano la capacità di comprendere la propria interiorità,  interpersonali, gestiscono in maniera intelligente le relazioni con l’altro.

Nel 1995 poi, Goleman  nel suo best seller Intelligenza emotiva, definisce questo tipo particolare di intelligenza come un insieme di competenze fondamentali per saper bene affrontare la vita. Si tratta della capacità di motivare se stessi, persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo, evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare.

L’intelligenza emotiva si basa quindi su due grandi competenze:

una competenza personale: la consapevolezza e la padronanza di sé, la motivazione;

una competenza sociale: consiste nello stabilire relazioni con gli altri, nello sviluppo dell’empatia, nella capacità di saper indirizzare anche gli stati d’animo altrui.

E’ quindi evidente che questo genere di competenze aiutano a vivere meglio, guidano l’individuo nel raggiungimento dei propri obiettivi, nella comunicazione con gli altri, nella gestione dei conflitti, nel reagire di fronte alle difficoltà, nella guida di gruppi, mi riferisco alla leadership, ma anche a forme più semplici di management.

Ci sono quindi numerosi aspetti sui quali riflettere, perché l’azione didattica se non viene adeguatamente motivata e sostenuta a livello emotivo rischia di diventare “una cattedrale nel deserto”.

Armare gli insegnanti per rifondare l’educazione

Dove sono finiti il rispetto e l’educazione? I tempi sono veramente cambiati in peggio. Insegnanti, genitori e ragazzi: tutti contro tutti. Dalla contestazione al conflitto il passo è stato brevissimo. Un conflitto, peraltro, che ormai si è spostato dal livello istituzionale (scuola, famiglia, società) sul piano dell’aggressione fisica alla persona. Insulti, minacce e violenze sono l’espressione di un malessere profondo che presenta il conto dell’analfabetismo emozionale. Come siamo arrivati a questo punto? Da che dipende? E’ possibile recuperare l’educazione ai valori positivi per ripristinare la pace? Ecco un’analisi multidimensionale che prende in considerazione i punti di vista degli attori coinvolti e dei diversi aspetti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale.  Leggi tutto “Armare gli insegnanti per rifondare l’educazione”

Che cos’è, come funziona e a che serve l’empatia?

Detta con parole semplici, l’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. E’ il termine con cui le neuroscienze indicano lo stato mentale che interessa l’abilità di un individuo di immedesimarsi in un’altra persona in modo diretto ed esperienziale, fino a coglierne gli stati d’animo, le emozioni e i pensieri. Spesso e impropriamente confusa con la simpatia, l’empatia è un’attitudine innata ma che, in realtà, varia per intensità da soggetto a soggetto. In assenza di patologie, essa dipende dall’indole, dalla sensibilità, dalla storia personale, dalla cultura, dalla formazione e, secondo scoperte relativamente recenti, anche dal sesso (le donne avrebbero una spiccata dote in tal senso, molto più sviluppata che negli uomini).

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