Intelligenza emotiva e competenza

di Monica Rocchi

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Da un passo di Seneca apprendiamo che già nella Roma di Nerone, il filosofo lamentava il modo di insegnare dei suoi tempi : “non scholae, sed vitae discimus“;  ribadiva infatti, il sapiente, che non si studia per la scuola, ma per la vita…

Nulla di nuovo quindi sotto il sole, quando, con maggior senso critico e precisione didattica, si è tornati a porre l’accento su quanto sia importante lavorare nell’apprendimento senza perdere di vista quelle che devono essere le finalità dell’azione educativa: formare il cittadino, aprire la sua mente e il suo cuore (oserei dire), permettendogli di vivere in questa società complessa e in continuo divenire da vero protagonista positivo, ossia come “essere” consapevole di se stesso e delle sue potenzialità  emotive e intellettive, empatico, aderente ai principi filantropici, in continua crescita culturale, come suggerisce lo stile cognitivo del long life learning, competente.

E’ un ideale di humanitas, in un certo senso, in cui si può leggere l’eco del terenziano homo sum, humani nihil a me alienum puto: sono un essere umano, non ritengo estraneo a me nulla di ciò che riguarda l’uomo, ma anche del panta rei di Eraclito: tutto scorre , tutto si trasforma e in questo processo di cambiamento siamo inseriti anche noi e rischiamo di diventare desueti se non ci adeguiamo ai cambiamenti e all’innovazione.

Nel panorama attuale, per la realizzazione del cittadino esemplare si affiancano due percorsi che finiscono per diventare  complementari tra loro: la didattica per competenze e l’educazione emotiva.

L’efficacia dell’azione educativa diventa fondamentale e così gli elementi che contribuiscono a determinarla: l’aspetto tecnico, che cosa si fa; quello emotivo , come si fa;  la motivazione, perché si fa qualcosa.  (Stefano Centonze)

La didattica per competenze si concentra soprattutto sull’aspetto tecnico, sul “che cosa si fa“, ma offre anche risposte motivazionali e accompagna la scuola verso un percorso innovativo in cui il discente diventa protagonista del processo di apprendimento.

Nella didattica per competenze il docente figura come facilitatore; l’apprendimento diventa un fatto soprattutto sociale in quanto si prediligono sopratutto esperienze di peer tutoring, laboratorialità, gruppi cooperativi e discussione.

Viene privilegiata l’esperienza attiva , concreta, in contesti significativi e reali.

Torniamo ora all’aspetto emotivo.

Nel suo libro, L’ospite inquietante, il sociologo Umberto Galimberti osserva che l’uomo del nostro tempo ha indurito il cuore, quel nucleo caldo della sua identità, che nei primi anni della vita elabora le mappe emotive che in seguito lo guideranno, dettando i suoi atteggiamenti nel rapporto con se stesso e con gli altri.

Nei primi tre anni di vita il bambino deve essere ascoltato, seguito ed accudito con la massima attenzione da parte dei genitori, altrimenti penserà di non valere niente e il processo di elaborazione dell’identità personale verrà alterato.  Un atteggiamento genitoriale positivo e presente permetterà  di passare dall’impulso, ossia dal gesto di risposta istintivo ad uno stimolo emotivo, all’emozione vera e propria, consapevole di un processo e infine al sentimento, la forma più evoluta perché non è basata solo sull’emozione ma è un fatto anche cognitivo. Il sentimento infatti si apprende e  consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata.

Ed è a questo punto che entra in funzione la scuola. La letteratura ci insegna che cos’è l’amore, la noia, il dolore…  se vogliamo che i ragazzi apprendano che cos’è il sentimento, dobbiamo motivarli, interessarli e coinvolgerli, appassionarli alla lettura.

Ora, se nel passato, intelligenza ed emozioni erano considerati quasi antonimi, recentemente  la testa e il cuore sono considerate due facce della stessa medaglia, e si pensa che non possa esserci un comportamento intelligente senza le emozioni.

La storia del termine “intelligenza emotiva” sicuramente richiama l’opera di Howard Gardner, Formae mentis, che nel 1987 ha introdotto il tema delle intelligenze multiple, introducendo un’interessante riflessione sui molteplici aspetti dell’intelligenza.

Le intelligenze si classificano facendo riferimento a due grandi categorie: intrapersonali, manifestano la capacità di comprendere la propria interiorità,  interpersonali, gestiscono in maniera intelligente le relazioni con l’altro.

Nel 1995 poi, Goleman  nel suo best seller Intelligenza emotiva, definisce questo tipo particolare di intelligenza come un insieme di competenze fondamentali per saper bene affrontare la vita. Si tratta della capacità di motivare se stessi, persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo, evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare.

L’intelligenza emotiva si basa quindi su due grandi competenze:

una competenza personale: la consapevolezza e la padronanza di sé, la motivazione;

una competenza sociale: consiste nello stabilire relazioni con gli altri, nello sviluppo dell’empatia, nella capacità di saper indirizzare anche gli stati d’animo altrui.

E’ quindi evidente che questo genere di competenze aiutano a vivere meglio, guidano l’individuo nel raggiungimento dei propri obiettivi, nella comunicazione con gli altri, nella gestione dei conflitti, nel reagire di fronte alle difficoltà, nella guida di gruppi, mi riferisco alla leadership, ma anche a forme più semplici di management.

Ci sono quindi numerosi aspetti sui quali riflettere, perché l’azione didattica se non viene adeguatamente motivata e sostenuta a livello emotivo rischia di diventare “una cattedrale nel deserto”.

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