Il potere delle parole. Il politically correct – tra persuasione e ipocrisia


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Le parole hanno un grande potenziale bellico, anche quando vorremmo solo giocarci a freccette.

La parola è ‘poiesis’: creazione. Interi universi si determinano o si distruggono, oppure si modificano, attraverso le parole. Così, la parola si autodetermina come spazio di responsabilità.

Di che tipo di responsabilità si tratta? Certamente vi è una responsabilità di ordine etico.

Si pensi all’espressione Abracadabra: il dizionario Treccani riporta come “più corretta” l’etimologia ebraica “abara kedabra”, che significa ‘creerò come parlo’.

Se parlo eticamente, creo mondi etici.

Le parole hanno un potere magico, in grado di influenzare la nostra percezione della realtà e la nostra interpretazione del mondo.

Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita”, diceva Federico Fellini.

Le parole influenzano la nostra vita e la consapevolezza del ‘peso emotivo’ delle parole è strumento di potere.

Il pensiero è un risultato del linguaggio” (Carmelo Bene).

Si pensi al potere strumentale del linguaggio politico: “Il linguaggio politico è concepito in modo che le menzogne suonino sincere e l’omicidio rispettabile, e per dare una parvenza di solidità all’aria.” (George Orwell). Potenza della comunicazione consapevole!

È nel tempo storico e in quello personale che si definisce il ‘peso emotivo’ delle parole. Si tratta di un peso potente, tanto – secondo i ricercatori della University of Miami Medical School in Florida – da poter determinare nelle persone la riduzione della percezione del dolore, la restituzione del senso di pace, di calma, il riequilibrio della respirazione, ecc. Secondo i suddetti ricercatori e psicolinguisti, le parole attivano variazioni biochimiche e metaboliche.

I cosiddetti “dottori della parola”, sciamani appartenenti ai Sami, una popolazione della Lapponia, portano a guarigione – persino dal mal di testa – mediante il potere delle parole e delle canzoni.

“Il linguaggio non è soltanto il veicolo di una comunicazione, ma diviene l’oggetto di una interpretazione” (Paul Ricoeur).

Negli anni ’70, a garanzia del rispetto verso le differenze (etniche, razziali, religiose, di orientamento sessuale, di genere, di età, ecc.), verso le minoranze, le situazioni di disabilità o di debolezza, nasce – e poi cresce – l’espressione ‘politicamente corretto’, con la quale s’intende sancire un’‘alleanza politica’ con le diverse minoranze.

‘Politically correct’ è un’espressione angloamericana, nata per designare un orientamento ideologico e culturale, fondato sull’estremo rispetto verso tutti. Lo scopo è ‘disciplinare il comportamento linguistico’ ed evitare, mediante strategie verbali, l’uso di un linguaggio offensivo, sia nella forma linguistica sia nella sostanza, verso determinate categorie di persone.

I riflettori su tali tematiche si accendono negli Stati Uniti d’America, per poi illuminare anche il resto del mondo occidentale. Emerge negli anni Trenta del Novecento, negli ambienti di sinistra e si amplifica con i moti sessantottini. Adottata dagli orientamenti liberali e radicali, si determina nelle sue significative dimensioni, verso la fine degli anni Ottanta, quando nei più prestigiosi atenei nord-americani si diffondono gli ‘speech codes’, ossia dei veri e propri regolamenti per disciplinare il comportamento verbale tra gli studenti – l’università era ritenuta “come grande luogo di giustizia sociale” (cifr. Antonio Castronuovo, Il “politicamente corretto”, in Tellus IX 1998, num. 21).

Il politically correct è al centro di un ampio dibattito pubblico. Esso è accusato di ‘conformismo linguistico’, di ‘tirannia ideologica’ e di dare esistenza ad una ‘nuova ipocrisia istituzionale’. C’è da dire che, nel nostro Paese, sulla base dei presupposti ideologici del politically correct, certamente si è verificato un mutamento del comportamento linguistico collettivo. Tale adattamento del comportamento linguistico è dovuto all’incremento dell’attenzione e della sensibilità in ordine a determinate tematiche, a reali mutamenti della società – per esempio in ambito socio – economico, come quelli avvenuti nel mondo delle professioni, si pensi alle nuove denominazioni di determinati mestieri – ad interventi finalizzati alla riduzione delle dissimmetrie sessiste – in un universo simbolico androcentricamente organizzato, le implicite discriminazioni nei confronti della donna sono molteplici e rinvenibili soprattutto nel sistema della lingua italiana.

Non si può certo negare che l’ipocrisia verbale possieda, in una qualche misura, una sua <<funzione civilizzatrice>>. Chi intende imbrigliare completamente una lingua (o una cultura) nelle maglie del ‘non offending’ o, per dirla con una felice espressione di Pierre-André Taguieff, dell’’eugenetica lessicale negativa’, può rischiare però di apparire un feticista della sterilizzazione espressiva coatta se non condisce il suo intervento ’cum grano salis’ o può mentire sapendo perfettamente di mentire” (cifr. Italianistica Online <<2004>> La lingua imbrigliata: a margine del politicamente corretto, www.italianisticaonline.it).

Addirittura, più di vent’anni fa, nel 1994, lo scrittore satirico americano James Finn Garner scrisse una raccolta di fiabe intitolata “Politically Correct Bedtime Stories” – il titolo italiano è “Fiabe della buonanotte politicamente corrette” – con lo scopo di eliminare nei racconti le espressioni discriminatorie e politicamente scorrette. Trovano spazio, nella raccolta, donne moderne, forti e consapevoli delle proprie potenzialità – che non aspettano il principe azzurro -, animalisti, vegetariani, ecc.

Il politicamente corretto ricorre, sovente, ad espressioni forzatamente elaborate, mitigate, a volte edulcorate o usate in chiave eufemistica, altre volte esuberanti. Pertanto, le persone cieche sono non vedenti, e le persone sorde sono non udenti, ecc. – laddove, la particella negativa ‘non’ sembra assumere un valore oppositivo, escludente (in barba all’auspicata inclusione!). In realtà, determinate comunità di persone con alcune forme di disabilità rivendicano il diritto ad essere designate con i termini più diretti. Del resto, un’espressione verbale, per essere realmente politicamente corretta, dovrebbe essere esente da  aggettivi. La difficoltà risiede nel designare l’altro, nella sua alterità, senza definirne la qualitas e senza misurarlo.

Nella filosofia indù la classificazione ha un nome celebre: quello di ‘Maya’: non il mondo delle <<apparenze>>, il velo che forse nasconde qualche intima verità, ma il principio per cui ogni cosa è classificata, misurata dall’uomo, non dalla natura. Dal momento in cui nasce un’opposizione (l’Opposizione), c’è Maya: il reticolo delle forme (degli oggetti) è Maya, il paradigma dei nomi (linguaggio) è Maya” (cfr. “L’ovvio e l’ottuso”, Saggi critici III, Roland Barthes). Come dire che laddove c’è classificazione, c’è opposizione.

E ciò che è innominabile? Qui ci viene in aiuto la metafora, che diviene catacresi, come nei casi di ‘inopia verborum’ (ossia, quando non ci sono parole).

Comunque sia, l’attenzione verso determinate tematiche è data. La presa di coscienza sul potere del linguaggio c’è. Il linguaggio muta positivamente (a volte solo nelle intenzioni, più che nel reale superamento di discriminazioni intrinseche ad una certa terminologia). Tuttavia, le attese verso il processo di cambiamento ipotizzato sono disattese. Il cambiamento verso l’accettazione e l’inclusione delle minoranze è formale e linguistico, ma “non riesce ad essere autenticamente relazionale e infatti si esprime sul piano dei diritti civili, delle carte dei diritti, delle leggi e delle forme di interazione sociale condivise e normate” (cfr. Ipocrisia e politically correct, www.prepos.com).

La minoranza si attende però un altro livello di accettazione relazionale poiché vorrebbe che la maggioranza si “facesse simile” ovvero conformasse lo stile di vita al messaggio, anche di sofferenza, di cui la minoranza è portatrice. L’attesa ingenua della minoranza è quella di poter essere maggioranza per ottenere un’identità collettiva che sazi il bisogno di riconoscimento” (cfr. Ipocrisia e politically correct, www.prepos.com).

Come dire che il processo di cambiamento socio – relazionale è, nei fatti, fermo alla sua funzione propagandistica. Occorre, dunque, una riflessione sugli ambiti mediante i quali si realizza il processo di innovazione nella direzione in questione.

Sono i processi di relazione e comunicazione gli ambiti in cui è possibile cogliere i motivi che determinano l’efficacia della persuasione volta all’innovazione.

Forte attenzione a tali processi è data da Serge Moscovici e dagli interpreti dell’influenza minoritaria. Sono messi in luce due aspetti del comportamento comunicativo: quello strumentale, che concerne “le qualità proprie di ciò che viene comunicato”, e quello simbolico, “riferibile alle caratteristiche che vengono riconosciute al soggetto minoritario in conseguenza del suo comportamento” (cfr. L’influenza minoritaria|Psicologia sociale, https://psicosociale2011edu.wordpress.com). Basilare è lo ‘stile’, la ‘consistenza’ dei comportamenti della minoranza a difesa e a sostegno della propria posizione. Attraverso il noto esperimento della “torre di controllo” è messa in luce la forza persuasiva della sola persistenza sistematica di un qualsivoglia giudizio. I membri di un gruppo non sono solo passibili di influenza dall’esterno, ma sono anche in grado di influenzare la collettività di appartenenza, innescando processi di innovazione e cambiamento.

Certo è che il linguaggio, soprattutto quello dei mass media, ha avuto un’influenza determinante nella lotta di potere tra maggioranza e minoranza, con un perspicuo impatto – mediante propaganda, pubblicità, ecc. – su determinate fasce sociali.

“… una volta che ci si orienta verso la posizione della minoranza, non cambiano solo i giudizi pubblici ma anche le percezioni per così dire interne, le credenze e le convinzioni più profonde” (cfr. L’influenza minoritaria|Psicologia sociale, https://psicosociale2011edu.wordpress.com).

Un’estensione della teoria dell’influenza minoritaria è la teoria di Nemeth, che considera anche il modo in cui il dissenso minoritario condiziona le persone nel pensare ad una tematica in modo diverso.

Le persone esposte all’influenza minoritaria si impegnano in un’attività di pensiero divergente per cui invece di adottare semplicemente posizioni minoritarie, cercano e scoprono soluzioni alternative, diverse da quelle direttamente proposte dalla minoranza, soluzioni nuove che senza la sua influenza non sarebbero state scoperte” (cfr. L’influenza minoritaria|Psicologia sociale, https://psicosociale2011edu.wordpress.com).

È  un interessante spunto di riflessione il fatto che l’‘effetto divergenza’ evidenziato da Nemeth “è favorito nelle situazioni in cui il contesto (quando vige la norma sociale di originalità o di innovazione), il compito o il tipo di stimolo (la presenza di una minoranza) sollecitano le persone a pensare e ad agire in modo autonomo, assumendo posizioni personali o esprimendo idee nuove o originali” (cfr. L’influenza minoritaria|Psicologia sociale, https://psicosociale2011edu.wordpress.com).

Il linguaggio non offensivo è certamente uno strumento di convivenza civile, sebbene si limiti a cambiare la ‘forma’, più che a realizzare interrelazioni equilibrate e proficue fra le persone.  Del resto, sebbene la forma non coincida con il contenuto, certamente ne esprime l’urgenza.

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