Italia ed Unione Europea: dalla firma del trattato di Maastricht all’ingresso nella moneta unica

Ripercorrere le tappe che hanno portato l’Italia dalla firma del Trattato di Maastricht all’ingresso nella moneta unica non è certamente cosa semplice o lineare. Nonostante l’Italia, insieme a Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania sia stata uno dei sei Padri fondatori della CECA e successivamente del MEC, precursore dell’attuale UE, essa ha vissuto periodi controversi, contraddittori e a volte anche problematici nel difficile percorso verso un mercato e verso una moneta unici. Le controversie politiche e la pressione degli euroscettici nel panorama politico attuale non si discostano molto da quello che era il contesto politico dell’Italia nell’Europa degli anni ’80.

Nel corso degli ultimi anni, caratterizzati dallo scenario di una terribile crisi che ha investito la vecchia Europa, scuotendola nelle sue fondamenta soprattutto nel suo versante meridionale, la nuova moneta ha subito diversi attacchi: accusata (insieme alle rigide clausole del Patto di Stabilità) di essere causa delle gravi difficoltà economiche che hanno investito soprattutto i Paesi dell’Europa meridionale, Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, ha generato malcontento e sentimenti antieuropeisti non solo tra la popolazione, ma anche tra quei partiti i quali, nel rivendicare la vecchia sovranità monetaria e l’uscita del paese dall’unità monetaria come panacea di tutti i mali economici attuali, vorrebbero gettare le basi per un ampio consenso popolare alle elezioni.

Ma è d’obbligo sottolineare, al di là delle convinzioni politiche, che le difficoltà economiche dell’Italia e degli altri paesi del Mediterraneo europeo non sono dovuti all’euro bensì all’enorme debito pubblico che non già poche volte ha interrotto e frenato il cammino di questi Paesi verso l’Unione. Non dimentichiamo che la Grecia, inizialmente esclusa, entrò sei mesi dopo, a seguito di un’accelerata politica di programmi di risanamento, riuscendo a strappare la fiducia dell’Unione e il permesso ad entrare a far parte dei “Fantastici 12”. L’Italia, dal canto suo, entrò in prima battuta ma certamente non con tutte le carte in regola, avendo rispettato soltanto 4 su 5 dei parametri stabiliti da Maastricht.

L’Europa degli anni ’80 vive un periodo di grande fermento: dalla Perestrojka di Gorbachev, testimone dei cambiamenti della Russia del tempo, dalla scossa data alla Cina dai pur tragici eventi di piazza Tienanmen, al grandioso e rivoluzionario evento del crollo del Muro di Berlino che porterà all’unificazione della Germania e alla caduta dei regimi dittatoriali dell’Europa dell’est.

Ma sull’Europa degli anni ’90 spirano anche venti di guerra e di disgregazione: il conflitto dei Balcani porterà nuovamente la guerra nel vecchio continente e la disgregazione di uno Stato che con fatica il generale Tito aveva mantenuto unitario e in pace. L’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait riproporrà, dopo la lezione subita nel 1973, a seguito della guerra del Kippur, il problema della dipendenza energetica e debolezza economica dell’Europa del tempo ma anche della mancanza di una chiara, unica e condivisa politica estera.

L’Italia vive al suo interno il fervore e il fermento che anima l’Europa di quegli anni ma si acuisce la degenerazione della Repubblica dei partiti, l’instabilità politica e la degenerazione della morale politica che porta diversi governi ad una durata anche di poche settimane e ad un avvicendamento di poteri e poltrone senza un vero cambiamento nella programmazione politica. Lo scenario politico degli anni, fortemente in crisi, si complica con la nascita di nuove forze politiche e la revisione di vecchie, che fanno leva anche sul diffuso malcontento popolare: nasce il partito della Lega Nord che già riesce ad eleggere nel 1987 i primi deputati e nel 1989 i primi eurodeputati, portando all’attenzione dell’opinione pubblica italiana ed europea la “questione settentrionale”, mentre un profondo processo di revisione interessa il Partito Comunista Italiano.

Alla fine degli anni ’80 si ripropone lo scontro e la contrapposizione tra l’Europa della Thatcher, modello di semplice libero mercato, e quella di Delors, con maggiori finalità sociali e politiche, il quale, già alla fine della primavera dell’88 insisteva sul fatto che un mercato unico non avrebbe potuto funzionare se basato su diverse monete nazionali, soprattutto a diverso potere e peso economico. Si comincia così a lavorare ad un’idea concreta di moneta unica anche se l’ECU, l’unità di conto europea, virtuale, era già stata introdotta dal Consiglio Europeo nel 1978 a formare insieme all’ERM (Exchange rate Mechanism) il Sistema Monetario Europeo, gettando le basi del futuro Euro.

Nel corso del 1990, nel processo di accelerazione della realizzazione della moneta unica, Mitterrand e Coll lanciano la sfida di realizzare, oltre all’unione monetaria, anche quella politica, dando un’importanza sempre maggiore ad un trattato che da meramente tecnico assume anche toni fortemente politici. A questo futuristico progetto l’Italia dei partiti risponde senza grande entusiasmo o impegno, a differenza di quanto avviene negli altri Paesi dove il dibattito interno è vivace e la partecipazione attiva e cosciente. Il Ministro degli esteri De Michelis e il presidente del Consiglio dei Ministri Andreotti, con interventi lungimiranti, attireranno l’attenzione sulla necessità, per il buon futuro del Paese, di accettare e partecipare al progetto europeo, pena l’esclusione e l’isolamento.

Maastricht rimane ancora un argomento di secondaria importanza, il dibattito langue, a dimostrazione che i media e soprattutto le Istituzioni non hanno ancora capito l’importanza del trattato che comunque viene firmato. Alla firma segue il complicato iter delle ratifiche: i Danesi lo rigetteranno nel giugno del ’92, mentre Mitterrand indice un referendum consultivo dagli esiti incerti. In Italia si vuole accelerare la ratifica per influenzare in un certo senso in direzione positiva il voto francese. Alcuni partiti, inoltre avanzano alcune eccezioni di incostituzionalità del trattato: Rifondazione Comunista ed MSI ritengono che la moneta unica non metta sullo stesso piano tutti i membri visto il trattamento di favore (opting out) riservato al Regno Unito. L’MSI richiama l’articolo 11 della Costituzione che sottolinea che la cessione di sovranità può avvenire in condizioni di assoluta parità con gli altri Stati, mentre Rifondazione Comunista ritiene incostituzionale il Trattato perché sottrae alla Repubblica sovranità in campo economico e monetario senza garantire un adeguato controllo democratico di tale cessione.

Il panorama politico italiano è dunque piuttosto diviso sul tema Europa e soprattutto sembra non gradire il Trattato anche se, dopo affrettate discussioni, si troverà costretto a votarlo senza la piena coscienza dell’importanza e dell’impatto che esso avrà nella futura vita economica, sociale e politica della comunità: a conferma di ciò va sottolineato che il trattato viene firmato nel febbraio del ’92 da un Governo dimissionario. E’ il ’92 l’”Annus horribilis” della Repubblica Italiana: gli attacchi della mafia colpiscono nel cuore lo Stato con le uccisioni di Falcone e Borsellino, prendono avvio le inchieste della Magistratura su Tangentopoli, scoppiano le tempeste monetarie a seguito della bocciatura danese del trattato che porteranno ad una doppia svalutazione della lira ed alla sua uscita dallo SME.

E’ un’Italia profondamente minata alle basi, sia dal punto di vista istituzionale che politico, economico e sociale che vede, l’anno successivo, il Presidente Scalfaro sciogliere le camere di un Parlamento, eletto da meno di un anno ma ormai giudicato non più rappresentativo degli umori politici del paese. Ciò però porta ad una rivoluzione politica che porterà nel maggio del ’94 alla vittoria due coalizioni di destra capeggiate da Forza Italia di Silvio Berlusconi: Forza Italia+LegaNord+Centro cristiano democratico al nord e FI+MSI+Centro cristiano democratico al sud. Tali coalizioni manifesteranno un atteggiamento contraddittorio: europeista entusiasta la Lega Nord, contrari a Maastricht e all’integrazione europea l’MSI, mentre FI, piuttosto eterogenea e contraddittoria al suo interno, è capeggiata da un Silvio Berlusconi che si interessa poco della moneta unica.

Da ciò uno scarso apprezzamento politico in ambiente europeo. Anche i rapporti diplomatici tra i deputati europei e quelli italiani sono piuttosto tesi e compromessi a tal punto da far registrare un episodio emblematico: Elio di Rupo, ministro belga si rifiuterà di stringere la mano al ministro missino designato dal governo Berlusconi e farà trovare il luogo dell’incontro pieno di post-it con croci bianche e con la frase “1922 – 1943: Io non dimentico” a sottolineare l’atmosfera di sfiducia dell’Europa verso il Governo Berlusconi.

Le difficoltà e le contraddizioni del Governo nei confronti dell’Europa portano la Lega Nord, europeista e favorevole all’euro, a sfiduciare il governo Berlusconi, nel dicembre 1994, cui seguirà il governo Dini e la riaffermazione di un europeismo più tradizionale. Dini si impegna per il risanamento del disavanzo pubblico ma, come preventivamente annunziato, annuncia le sue dimissioni alla fine del ’95, mentre l’Italia vive il suo semestre di presidenza della Comunità Europea. Le elezioni politiche decretano la vittoria del centrosinistra di Prodi e Ciampi con l’appoggio di Rifondazione comunista. Tale maggioranza, ancora una volta, però, non è coesa sui temi dell’Unione e della moneta unica, avversata da Rifondazione che apre, tra il ’96 e il ’98, due crisi di governo una delle quali spingerà Prodi a dimettersi.

Rientrata la crisi grazie alla vittoria dei socialisti di Jospin in Francia e all’impegno del nuovo governo Prodi sulle 35 ore lavorative settimanali, il governo comunque non riesce ad avere una maggioranza coesa sulle misure da prendere per rispettare i parametri di Maastricht e a conquistarsi la fiducia ed il rispetto della Germania e dell’Europa. E ciò nonostante Prodi avesse fortemente legato la sua permanenza al governo all’entrata dell’Italia nell’Euro. A tal proposito in occasione del vertice di Valencia, Prodi chiede un rinvio della terza fase dell’euro per avere più tempo per mettere a posto i conti pubblici italiani. Non ottenutolo, all’indomani del vertice si raddoppiarono gli sforzi italiani nell’opera di risanamento per rientrare nello SME entro il 1996 e prendere così il treno Euro nel 1999: a pochi mesi dalla fine del ’96 un tour de force economico guidato da Prodi e Ciampi porterà l’Italia a rispettare quattro su cinque dei parametri richiesti.

Ottenuta una valutazione di merito sugli sforzi compiuti sul parametro non rispettato, l’Italia, tra marzo e maggio del 1998 ottiene la conferma di essere entrata a far parte dell’area euro. L’ingresso nell’euro viene salutato e festeggiato con un concerto in piazza Campidoglio, evento non celebrato in alcuno degli altri Paesi Euro. Leggi tutto “Italia ed Unione Europea: dalla firma del trattato di Maastricht all’ingresso nella moneta unica”

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Elezioni europee e lotta politica nella UE di oggi: contraddizioni e difficoltà

Il cammino che portò, a partire dal giugno 1979, all’elezione dei membri del Parlamento europeo, in ogni Stato membro, tramite suffragio universale diretto, per un periodo di cinque anni, era già stato in qualche modo indicato al momento della costituzione delle comunità europee. Prima del 1979 i membri del Parlamento europeo erano delegati dai rispettivi Parlamenti nazionali secondo modalità non uniformemente stabilite, ma autonomamente fissate da ogni Stato membro.

L’elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo era stata prevista dal Trattato di Roma, istitutivo della Comunità, il quale, mostrando un profondo convincimento della necessità di dare una valenza democratica al processo di integrazione europea, oltre ad indicare che il sistema di elezione dei parlamentari europei delegati era da considerare provvisorio, affermava che il Parlamento europeo avrebbe elaborato progetti volti definire una procedura di elezione uniforme per tutti gli Stati membri.

Tra il 1958 e il 1976 si sono succeduti numerosi progetti volti all’istituzione della procedura di elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo, ma nessuno di essi trova concreta attuazione. Nel 1958 e nel 1962 l’istituzione cambia denominazione, rispettivamente, in Assemblea parlamentare europea, prima, e poi in Parlamento europeo.

Ma gli anni ’60 sono anni di crisi per la costruzione dell’integrazione europea, soprattutto a causa dell’opposizione gollista. E’ solo nel corso degli anni ’70 che si concretizza il progetto dell’elezione diretta grazie alle spinte date dalla conferenza dell’Aja del 1969, dai movimenti del ’68 – che spingevano verso un maggior coinvolgimento dei cittadini – e il vertice di Parigi del 1974 nel corso del quale i nove capi di Stato e di governo dei paesi aderenti alla CEE decidono di riunirsi nel Consiglio Europeo (tre volte all’anno), propongono di eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale e decidono la creazione del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR).

Con l’atto del Consiglio del 1976 la questione della procedura elettorale fu accantonata, lasciando liberi gli Stati membri di adottare la propria procedura; si stabilì in compenso la data della prima elezione a suffragio universale (1978) (le difficoltà di ratifica dell’atto, però, fecero slittare di un anno la data della prima elezione) e si dettarono alcune regole per lo svolgimento delle consultazioni elettorali. In particolare:

  • fu stabilito che le elezioni si svolgessero ogni cinque anni, alla scadenza del mandato del Parlamento quasi contemporaneamente in tutti gli Stati membri, in un giorno, scelto da ciascuno Stato, nell’ambito di un unico periodo che va dal giovedì alla domenica successiva;
  • fu stabilita la ripartizione dei seggi tra gli stati membri con un metodo proporzionale attenuato per tutelare i paesi meno popolosi;
  • si stabilì per il deputato europeo l’assenza del vincolo di mandato e la compatibilità con il mandato di parlamentare nazionale nonché l’incompatibilità con le cariche di: membro del Governo Nazionale, membro della Commissione Europea.

L’atto lasciava agli Stati la possibilità di introdurre altre forme di incompatibilità.             L’armonizzazione delle procedure elettorali è prevista dal Trattato di Amsterdam che affida al Parlamento europeo l’elaborazione di un progetto di elezione comune, ma permettendo al momento che ogni Stato adottasse il proprio sistema. In tutti gli Stati membri le elezioni europee si svolgono ora secondo il sistema proporzionale; per le elezioni del 1999 anche il Regno Unito ha abbandonato il sistema maggioritario. Successivamente, inoltre venne data la possibilità agli Stati di adottare una soglia minima di sbarramento e, dal 2004, è stata introdotta l’incompatibilità tra mandato parlamentare ed europeo.

La legge elettorale per l’elezione dei rappresentanti italiani presso il Parlamento europeo fu deliberata con provvedimento n.8 del 24 gennaio 1979; improntata al principio di proporzionalismo puro, regolamentava l’elezione della rappresentanza al Parlamento europeo recependo le incompatibilità previste dall’Atto del Consiglio e allargandone il campo alla carica di presidente e assessore della giunta regionale (art. 5); venivano inoltre indicate le cinque macro-circoscrizioni territoriali attraverso le quali si sarebbero eletti i rappresentanti italiani (stabilendo numero massimo e minimo di rappresentanti per circoscrizione).

La legge del gennaio 1989, n. 9 diede la possibilità a tutti i cittadini degli stati membri della CEE di candidarsi in Italia: l’Italia guardava all’integrazione europea e alla centralità del Parlamento europeo e ciò fu riconosciuto anche dal Trattato di Maastricht che allargò la legge italiana a tutta la UE istituendo però il vincolo di residenza per l’elettorato attivo (i cittadini Ue potevano votare in Italia se residenti). Con la legge 90/2004 si allargava il campo delle incompatibilità alla carica di consigliere regionale, presidente della Provincia e sindaco (comune con più di 15mila abitanti).

Nonostante le riforme ed i cambiamenti della legge elettorale, permangono tuttavia ad oggi diverse questioni aperte. Una riguarda l’adottato criterio di incompatibilità che, non abbinato a quello di ineleggibilità, consente a candidati politicamente molto noti, di attrarre voti, e poi una volta eletti, di cedere il posto al candidato subito successivo. L’ineleggibilità impedirebbe a tali soggetti di candidarsi.

Inoltre, manca una procedura elettorale comune tra gli Stati; i partiti nazionali e le federazioni transnazionali sfruttano poco le candidature di nazionalità diverse e le macro-circoscrizioni sono poco definite territorialmente. Spesso, inoltre le campagne elettorali europee sono state improntate su tematiche nazionali facendo sì che tali elezioni risultassero una sorta di test degli equilibri politici interni: le recenti campagne, tuttavia, hanno mostrato una maggiore europeizzazione ed una maggiore attenzione alle candidature tale da accrescere la forza di tali elezioni.

Ma quali le relazioni e i raccordi tra i partiti nazionali e quelli europei? L’elezione diretta del Parlamento europeo porta alla nascita delle prime federazioni transnazionali dei partiti europei (la prima fu quella liberale, seguita dalla popolare e dalla confederazione socialista) che, con il trattato di Maastricht, ricevettero il primo riconoscimento ufficiale: essi, si legge nel trattato, contribuiscono “a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione”. Tale ruolo si rafforza con la fine della guerra fredda, l’approfondimento del processo d’integrazione e l’allargamento dei poteri del Parlamento europeo.

Le forze politiche europee nascono così nell’ambito delle culture politiche ottocentesche (Liberale, Socialista, Democratico-cristiana) o in quelle aree a vocazione transnazionale (es. Verdi). Per lungo tempo, le tre principali federazioni hanno fornito oltre il 70% degli eurodeputati, mentre di recente la situazione è sensibilmente cambiata. Esiste una dicotomia tra gruppo politico e federazione transnazionale: non tutti i gruppi politici al Parlamento europeo sono espressione di una federazione transnazionale.

Le federazioni transnazionali sono cinque: Popolari (PPE), Socialisti (PSE), Liberali (ALDE), Verdi (Greens) e Sinistra europea, ma nel Parlamento europeo i gruppi politici sono molti di più.   La forza delle federazioni transnazionali dipende molto dall’adesione o dall’allontanamento dei partiti nazionali affiliati e la loro rappresentanza al Parlamento europeo è legata strettamente ai singoli successi degli affiliati. L’aumento dei poteri del Parlamento europeo, unito alla costante prevalenza degli stati nell’architettura istituzionale dell’Ue ha portato a una dicotomia tra gruppo politico al PE e federazione mancando quel rapporto diretto, quasi gerarchico, che caratterizza gli emicicli nazionali. Nella UE il gruppo è più forte e importante della federazione, per cui diversi partiti scelgono di far parte solo del gruppo.

Un altro grosso limite alla lotta politica europea è la mancanza della militanza diretta: si può farne parte solo attraverso l’iscrizione a un partito affiliato, per cui per lungo tempo le federazioni transnazionali sono state alla portata di élite politiche nazionali (leader e segretari di partito, dirigenti, parlamentari). Ad ogni modo le contraddizioni e i limiti evidenziati non devono portare ad una valutazione negativa delle federazioni transnazionali il cui ruolo rimane importante e va rafforzato soprattutto in virtù e per risolvere le difficoltà in cui si dibatte la UE ed imprimere un’accelerazione sullo sviluppo del processo d’integrazione. Leggi tutto “Elezioni europee e lotta politica nella UE di oggi: contraddizioni e difficoltà”

Parità di genere in UE: una strada ancora lastricata di sassi

La violenza di genere e la femminilizzazione della povertà sono problematiche centrali nelle politiche di pari opportunità portate avanti dall’UE, nel generale processo di integrazione europea nato con il Trattato di Roma, istitutivo della Comunità Europea nel 1957 che, nell’art. 119, ha sancito la parità salariale tra uomini e donne, a parità di mansioni lavorative, gettando le basi di quel processo, non ancora completato, del riconoscimento della parità di genere.

L’argomento viene ripreso nel Trattato di Amsterdam del 1997 che ha decretato il principio di parità tra generi come obiettivo dell’Unione (art. 2) e compito della Comunità nel perseguire tale goal tramite l’attuazione di politiche e azioni comuni (artt. 2 e 3). Nell’art. 13 si afferma che il Consiglio, su proposta della Commissione e dopo aver sentito il Parlamento, può prendere provvedimenti per contrastare discriminazioni fondate su sesso, razza, lingua, religione, convinzioni personali, età, ecc, mentre nell’art. 141 viene estesa l’area di applicazione della parità di retribuzione dei lavoratori di genere non solo ai lavori di pari mansioni ma anche a quelli di pari valore.

Un passo in avanti compie il Trattato di Lisbona (2007) che fa della parità di genere un valore del processo di integrazione e dà forza alla Carta dei Diritti Fondamentali, proclamata nel 2000 a Nizza, che così assume lo stesso valore giuridico dei trattati. Gli artt. 21 e 23 citano espressamente la non discriminazione e la parità tra uomini e donne, rafforzando così l’impegno dell’Unione in materia di pari opportunità.

La parità salariale era stata codificata per la prima volta nel 1919 nel trattato di Versailles che riporta, nella terza parte ove vengono elencate le norme per la costituzione dell’OIL, Organizzazione Internazionale del Lavoro, un articolo sulla parità salariale tra uomini e donne che ancor oggi non è ancora stata raggiunta attestandosi su una media del +16% a favore degli uomini, tra i diversi paesi dell’UE.

A partire dagli anni ‘70 sono state approvate una serie di direttive, poi recepite dagli Stati membri, riguardo a parità di trattamento tra uomini e donne in termini di accesso al lavoro, parità salariale, condizioni di lavoro, formazione professionale, ancor oggi pilastri importanti di quella che è la politica sociale europea.

Un momento importante nello sviluppo della politica di integrazione europea furono sicuramente le elezioni del Parlamento europeo del 1979 che registrano un deciso aumento della presenza femminile in Parlamento; fu considerata, però, da molti, una sorta di vittoria di Pirro dal momento che il Parlamento non era certo considerato l’organo più importante e le sue elezioni erano perciò dette di “secondo ordine”.

In tal modo le donne hanno comunque potuto dare un importante contributo allo sviluppo della politica di pari opportunità. Nella prima legislazione, infatti, del Parlamento eletto a suffragio, dal 1979 al 1984 fu costituita la prima Commissione per i diritti della donna e una Commissione di inchiesta sulla situazione della donna in Europa, preludio alla nascita della permanente Commissione per i diritti della donna del Parlamento europeo, e al dibattito sul Gender main streaming, cioè il rispetto e l’applicazione del principio di pari opportunità in tutte le politiche pubbliche, che si affermerà negli anni ’90.

A partire dagli anni ’80, su indicazione anche del Parlamento, l’intervento della Comunità è andato ben oltre il tema della condizione femminile nel mercato del lavoro e attraverso i programmi d’azione positiva ha cercato di migliorare in toto la condizione femminile nella Comunità Europea, mediante quattro programmi miranti a:

  • garantire alle donne la più ampia scelta tra le diverse opzioni lavorative senza essere condizionate nella scelta dalla maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia (work life balance);
  • garantire alle donne il raggiungimento di posizioni lavorative anche apicali (empowerment femminile);
  • garantire il miglioramento delle condizioni delle donne nella società, obiettivo ampiamente ribadito in occasione della quarta Conferenza mondiale di Pechino nel 1995;
  • contrastare la violenza di genere economica, psicologica, fisica, tramite anche la valorizzazione della professionalità e della imprenditorialità femminile (self employment).

Dal 2000 ad oggi la politica di pari opportunità dell’UE si è sviluppata su cinque obiettivi chiave: accrescere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, garantire la parità salariale, ridurre il divario di genere in termini di retribuzioni, introiti e pensioni e combattere la povertà delle donne. Ciò perché la disparità salariale, la mancata integrazione nel mercato del lavoro, l’entrata e l’uscita più volte e a volte forzata per poter garantire attenzione e cura alla prole e alla famiglia, fa sì che al termine del periodo lavorativo, le pensioni risultino alquanto esigue. Attualmente in Europa si contano 120 milioni di poveri, rappresentati principalmente da donne e bambini per cui è chiaro che per combattere oggi la povertà bisogna innanzitutto rafforzare le politiche di pari opportunità e garantire maggiori risorse per le donne.

Il fenomeno della femminilizzazione della povertà sta emergendo con forza negli ultimi anni in Europa. L’europarlamentare esponente dei socialisti democratici Maria Rena, di recente ha sottolineato come la povertà femminile in Europa non è altro che il risultato del permanere di varie discriminazioni nel mondo del lavoro e della recrudescenza della violenza di genere.

Quest’ultima problematica è fortemente intrecciata proprio con il tema dell’indipendenza economica femminile in quanto elemento importante per contrastare la violenza sulle donne e in grado sicuramente di dare a queste ultime una maggiore forza per opporsi, denunciare, rendersi interpreti della propria salvezza.

Secondo il Report on equality between women and man 2015 la condizione economica di uomini e donne nel mercato europeo del lavoro mostra un divario sostanziale. Il gender pay gap è ancora alto, circa del 16%; il tasso di occupazione è ancora molto basso: tra il full time e il part time, tra i tassi di inactive e di unemployed si registrano gap che superano anche il 20%. Non c’è dunque una piena integrazione nel mercato del lavoro e siamo lontani da quelli che sono gli obiettivi programmatici del documento strategico Europa 2020 che, insieme al Trattato di Lisbona rappresenta il documento di riferimento nella politica di integrazione femminile europea: sviluppare e promuovere un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale, un tasso di occupati in età compresa tra i 20 e 64 anni del 75%, una diminuzione di 20 milioni di unità tra le persone a rischio di povertà.

Nonostante la percentuale delle donne laureate e con ottimi voti sia molto alta, una media di circa il 60% del totale dei laureati, le donne abbandonano in massa le carriere accademiche, in particolare modo quelle scientifiche ed ingegneristiche. La percentuale di donne presenti nei consigli di amministrazione si attestano intorno ad una media di valori del 20% in UE, con scostamenti dalla media del 12,4% in positivo in Francia e del 17,3% in negativo a Malta, mentre la percentuale di donne che rivestono il ruolo di amministratore delegato è del 3%, ben al di sotto di quella democrazia paritaria che la politica di integrazione europea aveva prospettato.

Quello che mostra con molta chiarezza l’ultima relazione della Commissione europea in termini di pari opportunità è che il cosiddetto Breadwinner model non è ancora tramontato: all’uomo che “porta il pane a casa” spetta il lavoro meglio retribuito mentre alla donna il lavoro non retribuito, di cura della casa e della famiglia e le statistiche dimostrano chiaramente come la presenza di uno o più figli in una famiglia influenza verso il basso le statistiche sull’accesso al lavoro retribuito fuori casa da parte femminile.

Eppure una accreditata ed importante testata giornalistica economica, l’Economist già dal 2006, afferma che la crescita economica deve essere guidata dalle donne e che se più donne potessero accedere ad un lavoro retribuito, il mondo sarebbe più ricco!

Maurizio Ferrera nel libro “Il fattore D – perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia”, sottolinea come la women economy messa in atto dal Giappone ha consentito un aumento del PIL dovuto ad un ovvio aumento del reddito familiare, una maggiore capacità di consumo ed investimenti, una diminuzione della povertà e della vulnerabilità nei confronti di avvenimenti imprevisti e una maggiore crescita sociale per l’aumentata rete di rapporti.

Il lavoro delle donne, inoltre, genera altro lavoro, più servizi, legati alla cura della casa, della famiglia, nonché un aumento delle nascite dal momento che con il lavoro non viene meno il desiderio di maternità che nelle donne, anzi, viene in un certo senso soffocato, in presenza di condizioni economiche precarie o addirittura insufficienti: lavoro alle donne, quindi, anche come rimedio al calo demografico che caratterizza la maggior parte dei Paesi europei. Ferrera, quindi, auspica uno sviluppo delle strutture di assistenza all’infanzia, non semplicemente come luoghi di custodia dell’infanzia ma come luoghi ove coltivare e sviluppare talenti.

Essendo la presenza femminile nei differenti Parlamenti d’Europa intorno al 30%, al di sotto quindi di quel rapporto equo tra presenza femminile e maschile che una democrazia paritaria – per chiamarsi tale – dovrebbe registrare, si può affermare che la democrazia paritaria non è propria della nostra Comunità pur essa lottando e lavorando con forza per contrastare il terribile fenomeno della violenza di genere. Essa ha, infatti, sollecitato la firma da parte del Consiglio d’Europa della Convenzione di Istanbul, l’11 maggio 2011 ma entrata in vigore il 1° agosto 2014, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

La violenza di genere è sicuramente oggi un problema mondiale, che si manifesta con dati allarmanti, che interessa trasversalmente ormai tutte le società, da est a ovest, da nord a sud, dalle società ricche a quelle povere, senza distinzione di culture o credo religioso. La lotta alla violenza di genere e la costruzione di una società più democratica e più equa passa sicuramente attraverso la lotta e l’abbattimento di stereotipi, programmi e progetti da sviluppare a tutti livelli della società civile come scuole, ambienti di lavoro, associazioni, mass media, l’inasprimento e la certezza delle pene, firme di accordi e convenzioni a livello nazionale ed internazionale.

L’ONU ha lanciato da alcuni anni un programma di solidarietà HE FOR SHE, movimento che sottolinea l’importanza del coinvolgimento degli uomini nei progetti di contrasto e lotta alla violenza di genere. Anche l’UE ha sottolineato l’importanza di tale progetto essendo la risoluzione del problema della violenza di genere una sfida non solo al femminile ma da condurre insieme, uomini e donne.