Scuola ed occupazione: la scommessa della ricerca e dell’innovazione


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La disoccupazione giovanile al 32,6%, concentrata per i due terzi al Sud; la migrazione della parte migliore degli studenti liceali meridionali verso le Università del centro e del Nord Italia; la fuga dei cervelli all’estero che sta assumendo le dimensioni di un vero e proprio esodo, impongono al mondo della scuola una seria riflessione sul rilancio della sua funzione sociale, in particolare nel Meridione.

Per questo motivo i dirigenti scolastici hanno, ora più che mai, un ruolo strategico all’interno e all’esterno delle istituzioni scolastiche per determinare un’inversione di tendenza.

L’abbandono di modus operandi burocratici basati su adempimenti fini a se stessi e l’adozione di modelli manageriali dinamici è condizione indispensabile per il pieno utilizzo delle opportunità offerte dall’autonomia per far crescere il territorio e l’occupazione e trattenere risorse umane preziose per la ripresa economica.

Nel 2018, il nostro Paese rimane ancora sostanzialmente spaccato in due: la quota di giovani 15-29enni che non studiano e non lavorano, conosciuti con l’acronimo inglese di NEET, rimane, nel Mezzogiorno, più che doppia  rispetto a quella dell’Italia settentrionale.

Esaminando i dati del report sull’occupazione a cura della Fondazione Agnelli, i tipici divari territoriali del mercato del lavoro giovanile italiano vengono confermati anche dalle statistiche sull’occupazione dei diplomati tecnici e professionali.

I tassi di occupazione giovanile variano enormemente: dal 60,9% del Veneto al 22% di Campania e Calabria, regioni in cui solo un diplomato su cinque riesce a lavorare per almeno 6 mesi entro i due anni dal diploma.

Particolarmente interessanti appaiono i dati relativi alla scelta dei percorsi educativi di scuola secondaria di secondo grado: nelle regioni del Centro, del Sud e delle Isole, si preferiscono i licei. Nel Sud il liceo continua ad essere considerato come la scuola che forma la futura classe dirigente.

Nel Nord invece, almeno uno studente su tre sceglie un percorso ad indirizzo tecnico. Nel Veneto l’istituto tecnico viene preferito con una percentuale di iscritti superiore rispetto alle altre regioni (38,2%).

Sono circa trentamila i diplomati meridionali, in prevalenza liceali, che scelgono poi di immatricolarsi nelle Università del centro e del Nord Italia, considerate più prestigiose, con notevoli spese a carico delle famiglie, già gravate dal pagamento di tasse universitarie, tra le più care a livello europeo.

Nonostante ciò, i dati complessivi sul numero di laureati nel nostro paese sono tutt’altro che lusinghieri; l’Italia ha una percentuale di laureati tra le più basse in Europa. Si pensi che il 26,5% di laureati dell’Italia rappresenta quasi la metà del corrispondente dato della Svezia (51,1% nel 2017) e della Norvegia, mentre la Francia ha una percentuale di laureati di oltre il 44% e la Germania del 34%.

Come se ciò non bastasse, dopo la laurea, buona parte di questo 26,5% decide di emigrare all’estero. Un recente rapporto pubblicato dall’Istat, il cosiddetto “Bes” descrive la ben nota “fuga di cervelli” quasi come un esodo.

Nel 2016 sono stati circa 10mila i laureati con un potenziale innovativo particolarmente elevato, ad aver abbandonato l’Italia, il doppio di quanto registrato nel 2012, a fronte di quasi 69 miliardi di euro spesi per l’istruzione dei giovani. Un dato sconfortante che, a causa della mobilità interregionale, riguarda tutte le regioni italiane, da Nord a Sud.

Questi dati drammatici chiamano ad un’assunzione di responsabilità l’intera classe dirigente, compresi tutti gli stakeholder nazionali e meridionali per un urgente rilancio di politiche attive di sostegno all’occupazione e investimenti in ricerca e innovazione. Ma vediamo cosa può fare la scuola nella situazione data.

Innanzitutto è necessario implementare una cultura della valutazione autentica con processi condivisi di autovalutazione e miglioramento che coinvolgano sia le componenti interne all’istituzione scolastica, sia l’insieme dei soggetti che operano all’esterno, in un processo circolare che partendo dal RAV, PDM e PTOF culmini nella redazione di un Bilancio sociale improntato alla  trasparenza e all’accountability.

Stando ai recenti risultati degli esami di maturità, gli studenti del Sud sarebbero molto più bravi degli studenti del Nord. Peccato che da molti anni a questa parte i risultati delle prove standardizzate nazionali distribuite dall’Invalsi e confermate dall’OCSE e dall’ IEA indichino esattamente il contrario, cioè l’esistenza di un forte divario di competenze linguistiche e matematiche, ma a favore degli studenti delle scuole del Nord, e del Nord-Est in particolare.

Questi giudizi discordanti su base geografica dimostrano come i criteri di valutazione e gli standard di insegnamento vadano rivisti ed adeguati da parte dei docenti delle scuole meridionali, rivelando  con chiarezza le fragilità e le debolezze delle realtà territoriali del Meridione.

E’ solo attraverso una grande operazione di verità che si potranno migliorare le condizioni di accesso e acquisizione delle competenze attese per conseguire una maggiore equità sociale.

La nuova generazione di dirigenti deve concepire piani dell’Offerta formativa che includano i saperi tecnici e  competenze per la vita richiesti da un mercato del lavoro in continua evoluzione.

E’ quindi indispensabile promuovere la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione nelle scuole. Percorsi educativi per sostenere le competenze digitali, l’imprenditorialità e lo spirito d’iniziativa devono servire a creare nuovi profili professionali utili al territorio di pertinenza e a rafforzare il tessuto produttivo delle realtà territoriali con maggiori criticità.

Il Meridione deve rispolverare la memoria storica di primati imprenditoriali che pure ha avuto nel passato e ricordarsi di essere parte di una potenza industriale ai primi posti nel mondo, grazie al  brand del Made in Italy,  apprezzato in moltissimi paesi come modello di qualità in più di trecento settori diversi, dalla moda alla meccatronica, dall’agroalimentare alle biotecnologie, etc.

La strada per l’innovazione passa per una solida alleanza educativa con le famiglie, sostenuta da un corpo docente motivato al lifelong learning e all’avvio di processi di innovazione della didattica declinati sulle competenze.

Per favorire la transizione scuola-lavoro, ai sensi dei DD.PP.RR. 87-88-89 del 2010, riguardanti rispettivamente gli istituti professionali, i Tecnici e i Licei, le scuole possono innovare la propria struttura organizzativa attraverso la costituzione del Comitato Tecnico Scientifico negli istituti tecnici e professionali e del Comitato Scientifico nei licei.

Composto da docenti interni ed esponenti del mondo del lavoro, delle professioni e della ricerca scientifica e tecnologica ha funzioni consultive e di proposta per l’organizzazione delle aree di indirizzo e l’utilizzazione degli spazi di flessibilità ed autonomia.

Il CTS rappresenta uno strumento importante per formulare un’offerta formativa congrua con le competenze che il mondo produttivo e imprenditoriale richiede, soprattutto nelle attività di alternanza scuola-lavoro, orientamento, politiche di inclusione, individuazione di fondi che l’istituzione scolastica potrebbe intercettare a sostegno dell’offerta formativa.

Un’altra importante opportunità per il sostegno all’occupazione, introdotta dalla L. 107/2015, ai sensi dell’art. 1 comma 60, è la costituzione di Laboratori Territoriali per l’occupazione, per i quali, rispettando determinati parametri legati al livello di innovazione, si possono ottenere fino a 750.000 euro di finanziamenti.

I Laboratori possono essere attivati da una scuola secondaria di secondo grado, capofila di una rete comprendente altre scuole, enti pubblici, enti locali, camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, università ed enti di ricerca anche stranieri, associazioni, fondazioni, enti di formazione professionale, Istituti Tecnici Superiori e imprese private.

Concepiti come spazi aperti all’avanguardia educativa e all’innovazione, usufruibili anche al di fuori dell’orario scolastico, devono costituire il punto di riferimento per la formazione e riqualificazione professionale, l’acquisizione di competenze tecniche e di autoimprenditorialità territoriale.

In allineamento con il tema Industria 4.0, attraverso la realizzazione di prodotti/servizi legati al territorio, i LTO sono una sorta di start up territoriale che eroga servizi di formazione di nuovi profili professionali competitivi nei campi più disparati, dalla bioedilizia al turismo, all’agroalimentare, dalla robotica e domotica all’efficientamento energetico.

La loro realizzazione avviene quasi sempre grazie a scuole che sono anch’esse 4.0: tecnologicamente avanzate, con curricoli flessibili e aggiornati, dove si pratica la didattica laboratoriale e il learning by doing,  per trasferire competenze ed abilità in ambito lavorativo, nei percorsi di alternanza scuola-lavoro, negli stage, tirocini formativi e apprendistato per formare i professionisti del futuro.

Concludendo, la transizione scuola-lavoro sembra trovare meno ostacoli laddove istituzioni scolastiche e tessuto produttivo operano sul territorio sulla base di una solida collaborazione.

Nella consapevolezza che sono attualmente ottocentomila profili tecnici che le aziende cercano e non riescono a trovare nel nostro paese per poter competere sui mercati internazionali, dirigenti e collegi docenti devono assumersi la responsabilità del loro ruolo sociale e facilitare l’accesso della ricerca e dell’innovazione nelle scuole per creare il futuro delle giovani generazioni.

Come affermano James G. March e Johan P. Olsen nel saggio “Riscoprire le istituzioni. Le basi organizzative della politica” lo sviluppo di un Paese dipende soprattutto dalla capacità delle istituzioni di creare meccanismi positivi, in grado di produrre nuovi valori e “mentalità”, leve strategiche del cambiamento.

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