Le parole che uccidono

Con la stessa facilità, le parole curano o mortificano la fragilità


Nel corso della nostra vita, siamo accompagnati da molte esperienze che ci aiutano a comprendere chi siamo e chi siano gli altri. Ognuna di queste esperienze è, a sua volta, accompagnata dall’incontro con altrettante condizioni dell’anima che raccontano di emozioni e sentimenti. Così, ci “costruiamo come persone” intorno alla tristezza, alla felicità, alla sofferenza, alla solitudine, alla tenerezza, al desiderio, alla speranza, al dolore. E alle parole per dar voce alla dimensione umana che accomuna tutti gli stati d’animo, nessuno escluso: la fragilità.

Una definizione di fragilità

Non mi riferisco alla fragilità intesa come debolezza di qualcosa che può rompersi con grande facilità. Piuttosto, parlo della fragilità della condizione dell’anima che è vulnerabile, sensibile, delicata e che, con preoccupante frequenza, viene mortificata

  • dalle parole,
  • dai comportamenti,
  • dalla noncuranza,
  • dalla disattenzione e
  • dall’indifferenza delle persone.

Perché la fragilità non riguarda solo la patologia ma è la condizione stessa per cui siamo umani. La stessa per cui, per orgoglio e riservatezza, cerchiamo di non condividerla con nessuno, relegandola ad un certo senso “dell’indicibile” che, però, pur tenendosi nascosto il più possibile, trova sempre il modo di farsi strada da solo. Perché quella fragilità, una volta incontrata, non ci abbandona mai più, per tutta la nostra vita terrena.


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Siamo fragili per natura

Purtroppo, però, i troppi dimenticano la propria fragilità e, per questo motivo, ignorano quella altrui. Ecco che le parole, scoccate come saette, fanno centro nella sensibilità che vorrebbe maggior cura per la propria fragilità, anche se non lo dice a parole. La fragilità, infatti, fa parte della natura umana. È una struttura portante, essenziale, una delle radici ontologiche della condizione umana. Non esisterebbe umanità senza fragilità. E fragili sono, infatti,

  • le emozioni e le ragioni di vita,
  • le speranze,
  • le inquietudini e
  • le tristezze,

perché tutti ne viviamo e perché tutte insieme sono facili a rompersi. Spesso, con una sola parola. “Le parole sono importanti”, urla Nanni Moretti nel finale del film Palombella Rossa. Perché ad esse è affidata la nostra capacità di instaurare relazioni, che sono fragili per definizione e troppo facili a sgretolarsi, immolate sull’altare dell’egoismo, del conflitto, dell’indifferenza e, talvolta, dell’odio.

Le parole che ci salvano

Ma fragili sono anche le nostre parole, le parole con cui vorremmo aiutare chi sta male e le parole che desidereremmo dagli altri, quando siamo noi a stare male. Le parole, infatti, ci salvano oppure ci tradiscono. Con la stessa semplicità, esse

  • feriscono o curano,
  • offendono o incoraggiano,
  • umiliano o sostengono,
  • distruggono o costruiscono,
  • fanno, danno o fanno danno, quando tolgono.

Per questo, a volte, le parole migliori sono quelle taciute, quelle che si rinuncia a dire.

La verità è che parliamo senza pensare, in un tempo senza ascolto e in uno spazio caotico e senza silenzio. Il silenzio e l’ascolto servono, tuttavia, per dare un senso alle parole. Un’altra verità è che, dunque, dovremmo imparare a trovare le parole giuste per accarezzare la fragilità degli altri.

Il modo c’è. Ma occorre volerlo.

La parola e l’inconscio cognitivo

Ma come usiamo le parole? Che cosa sappiamo di loro? E che che cosa raccontano di noi? Possiamo, certo, fare dei discorsi lunghi delle ore senza mai sbagliare l’impostazione sintattica del nostro parlato. Ma il nostro “inconscio cognitivo” ci dice che di ogni nostro comportamento, anche di quello verbale, possiamo analizzare il risultato e mai il processo. Cioè, ci è consentito osservare il prodotto finito, la frase che abbiamo pronunciato, ma non come quella frase sia stata inconsapevolmente prodotta, il processo seguito dall’“inconscio procedurale”.

Ecco che parlare, pronunciare anche una sola parola, non è mai casuale. Anzi, è immediata espressione di qualcosa che abbiamo dentro. Per questo, le parole dicono di noi più di quanto non sia nelle nostre intenzioni, più di quanto noi vorremmo dire. Per dimostrare

  • vicinanza, interesse, affetto oppure il contrario,
  • lontananza, noncuranza e indifferenza.

Quindi, le parole possono ferire. E possono, con la stessa facilità,

  • mortificare la speranza,
  • alimentare la solitudine,
  • accrescere l’isolamento.

Dovremmo avere maggior cura delle parole per imparare ad aver maggior rispetto e maggior cura delle persone e delle relazioni che intratteniamo con esse.

L’immagine di copertina, per cui ringrazio lo sconosciuto autore,  riassume meglio di ogni parola il concetto.


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Stefano Centonze Le parole che ci salvano


Stefano Centonze

Il mio nome è Stefano Centonze e sono Leccese, classe 1967. Sono laureato in Scienze della Formazione e dell’Educazione, formatore, scrittore, editore, specializzato in Musicoterapia e nello studio della comunicazione non verbale filtrata dal linguaggio del corpo e delle emozioni. Ho fondato e dirigo il Network Artedo, rete tra scuole di Arti Terapie in Italia e nel mondo. Ho fondato e dirigo la Scuola per SuperEroi – Crescita Personale & Empowerment Managing. Ho ideato e dirigo in tutta Italia i corsi di formazione e aggiornamento per gli operatori della relazione d’aiuto sul Metodo Autobiografico Creativo con la Tecnica della Fiabazione.

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