L’educazione interculturale: la nuova sfida per costruire una cittadinanza attiva

di Teresa Pelliccia

Le differenze culturali nella nostra società impongono un investimento sull’educazione culturale, inteso come progetto intenzionale che promuove il dialogo e il confronto rivolto a tutti, non solo agli alunni stranieri. La presenza di alunni non italiani a scuola deve diventare una risorsa, un punto di forza. Quella dell’intercultura deve essere una sfida, e la scuola tutta deve saperla rilanciare come prospettiva di innovazione educativa e didattica.

Una caratterizzazione della scuola in questa direzione consiste nel rispondere ai bisogni specifici non solo degli alunni non italiani, ma anche ai più ampi bisogni formativi della società complessa e multiculturale, che prevede una apertura delle menti ed uno sguardo non solo alle realtà locali, ma anche a quelle globali. Il progetto interculturale deve essere connesso all’educazione ai linguaggi; tutti i linguaggi, creativo, musicale, L2, motoria, ecc, devono essere considerati in chiave interculturale.

Il tempo prolungato, la curvatura musicale, teatrale, devono significare un grande punto di forza che apre la strada alle potenzialità educative anche in chiave interculturale. La scuola come contesto di educazione, oltre che di istruzione in senso stretto, offre infatti la possibilità di un lavoro serio di integrazione sociale e interculturale.

Sarebbe auspicabile dunque introdurre nei PTOF, in modo trasversale, le varie questioni inerenti l’intercultura. Alla voce “accoglienza” potrebbe essere arricchito il riferimento agli alunni di cittadinanza non italiana e alle prassi di prima accoglienza. Utile è la costituzione di una Commissione Intercultura, le cui funzioni andrebbero sommariamente delineate all’interno del PTOF.

Questo renderebbe più agevole il raggiungimento dell’obiettivo in questo modo esplicitato: “favorire la piena integrazione dell’alunno/a diversamente abile, promuovere iniziative di accoglienza e integrazione degli alunni/e stranieri, tutelandone la lingua e la cultura, anche attraverso la realizzazione di iniziative interculturali, stimolare riflessioni e attivare percorsi volti al benessere e alla tutela della salute dell’alunno/a”.

La traduzione del PTOF o di una sua sintesi nelle principali lingue d’origine degli studenti stranieri (albanese, rumeno, …), oltre che in inglese, francese, spagnolo. Sul lavoro di traduzione possono essere coinvolti gli insegnanti di lingua straniera e i genitori stranieri con buone competenze in italiano. La traduzione del POF costituisce non solo una forma di comunicazione istituzionale efficace e chiarificatrice, ma anche una prima forma di accoglienza che mira a coinvolgere genitori e alunni nella comunità scolastica, promuovendo collaborazione e partecipazione.

Nelle progettazioni curricolari è opportuno inserire riferimenti alla didattica interculturale nelle diverse aree disciplinari. Inserendo per ciascuna di essa almeno uno o due obiettivi o contenuti di questo tipo, costituisce uno stimolo per i docenti ad assumere una prospettiva interculturale e ad avviare un ripensamento del curricolo e dell’identità della scuola.

Potrebbe essere sottolineata la vocazione interculturale non solo attraverso la segnalazione di un progetto ad hoc, quanto attraverso una premessa al PTOF che potrà essere declinata all’interno di tutte le altre voci, anche quelle relative agli obiettivi tratti dalle Indicazioni Nazionali.

L’implementazione della progettualità interculturale nelle scuole può avvenire capitalizzando le esperienze di formazione del personale docente e non docente, istituendo, per esempio, la commissione intercultura. Questa commissione non va intesa come l’ennesimo organo con funzioni burocratiche, ma come laboratorio di idee e ricerca di strategie. La commissione intercultura cerca di sensibilizzare il collegio docenti sulle scelte effettuate, sulle loro motivazioni, fornendo al contempo consulenza didattica per chi prova disorientamento verso le questioni inerenti l’educazione interculturale.

Nel rispetto delle Linee guida del 2014 e delle migliori pratiche adottate, il momento dell’iscrizione va gestito attraverso un’accurata comunicazione con le famiglie, anche mediante una modulistica, una presentazione della scuola e del PTOF tradotte nella lingua d’origine, e l’individuazione del gruppo classe che meglio risponde ai bisogni dell’alunno. L’accoglienza dell’alunno nella classe va curata e gestita non solo sul piano normativo ma anche su quello didattico. La Commissione accoglienza individua e predispone a tal fine uno strumentario utile a tutti i docenti e rivolto a:

  1. raccogliere informazioni rilevanti sugli alunni (scolarizzazione pregressa, tempo libero, aspettative), anche attraverso brevi questionari bilingui (si segnalano i questionari bilingui per gli studenti migranti della casa editrice Vannini nelle seguenti versioni: italiano-cinese, italiano-albanese, italiano-rumeno, italiano-arabo, italiano-romanè, italiano-spagnolo, italiano-urdu);
  2. individuare i livelli di competenza linguistica mediante un test (sono disponibili numerosi strumenti standardizzati reperibili sul web e frutto del lavoro di altri progetti europei) utile ad ottenere dati rilevanti ai fini della progettazione educativa e didattica e a stabilire i livelli di partenza su cui lavorare;
  3. stabilire le attività dei primi giorni dell’inserimento scolastico, differenziate per i tre ordini di scuola, come ad esempio giochi di presentazione degli alunni, cartellini bilingui da apporre sugli oggetti della scuola e dell’aula, evidenziare i luoghi di provenienza mediante carte geografiche, far emergere le lingue d’origine, utilizzo dei linguaggi non verbali, ecc.

L’organizzazione dei servizi di mediazione interculturale non sempre è possibile e dipende da finanziamenti ottenuti ad hoc. Il lavoro educativo in sé per sé, tuttavia, postula la mediazione come prassi, consapevole o inconsapevole, che permette l’acquisizione dei significati, dei valori, degli apprendimenti.

La scuola dunque può lavorare per meglio esplorare le prassi della mediazione, attraverso un lavoro di riflessione e di emersione delle sue potenzialità. Nella prospettiva interculturale questo si traduce anche nell’assunzione del compito di mediare sia attraverso l’aiuto di uno o più mediatori culturali, sia senza di essi.

Paradossalmente, una scuola senza mediatore può essere in grado di promuovere efficacemente mediazione interculturale, e una scuola con mediatore può essere poco incline alla cultura della mediazione stessa. La differenza sta nel ruolo e nella funzione che la scuola assume: se si delega in toto al mediatore la funzione di mediazione, la scuola rinuncia al suo mandato e non acquisisce la cultura organizzativa necessaria per promuovere contatto, apertura, comprensione, comunicazione.

Nelle prassi, spesso la figura del mediatore viene assimilata a quella dell’insegnante di sostegno: viene in questo modo non solo travisata la sua funzione, ma si costruisce anche un alone, intorno agli alunni migranti, che restituisce un’immagine di essi che rimanda alle idee di svantaggio, di pedagogia compensativa, di diversabilità.  Uno dei compiti della Commissione può essere quello di sensibilizzare la scuola e di inserire nel PTOF proposte di lavoro in tale direzione. Tutti i docenti, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di I e II grado, possono essere stimolati in questo modo ad inserire nella loro programmazione curricolare, obiettivi e contenuti di tipo interculturale. Orientare il curricolo scolastico in direzione interculturale significa lavorare su più livelli:

  1. analizzare il curricolo e i libri di testo per individuare impostazioni e messaggi etnocentrici e svalorizzanti nei confronti della differenza e degli altri;
  2. prevenire e contrastare stereotipi e pregiudizi;
  3. mettere attenzione alle componenti del curricolo che passano attraverso l’organizzazione, la comunicazione in classe, il modo di verificare e valutare gli apprendimenti;
  4. progettare percorsi curricolari con approccio interculturale.

La revisione del curricolo in senso interculturale cerca di prendere in esame i quattro elementi che lo definiscono: gli obiettivi, i contenuti, l’organizzazione scolastica, la valutazione. Non si tratta soltanto di scoprire la diversità e di accettarla, ma di “integrarla” come fatto assolutamente normale all’interno del corpus dei saperi scolastici, in linea con quell’idea di identità terrestre che secondo Morin dovrebbe attivare un’educazione aperta alla complessità, allo sconfinamento dei limiti e dei punti di vista, alla costruzione dell’idea di comunità di destino che non può più mettere al centro soltanto le dimensioni locali e nazionali.

Questo non significa rinunciare allo studio della realtà locale e nazionale, ma di allargare lo sguardo al globale, al mondo delle interdipendenze, alle varie espressioni culturali che non solo ci permettono di riflettere sul valore della differenza, ma anche di scoprire gli elementi trasversali, transculturali che ci accomunano in quanto appartenenti alla specie umana. Per la scuola dell’infanzia, i campi di esperienza rappresentano il terreno analogo sul quale investire in direzione interculturale. Laddove siano presenti alunni di cittadinanza non italiana, si può dare risalto, attraverso le discipline, alle loro culture di appartenenza (fiabe, favole, lingua, espressioni letterarie ed artistiche, ecc.).

Interessante sarebbe, in ogni istituzione scolastica, la realizzazione di laboratori permanenti di livello di alfabetizzazione della lingua italiana. Laboratori dove si accolgono gli alunni stranieri in qualsiasi momento dell’anno scolastico. Per gli iscritti nei tempi ordinari questi laboratori possono iniziare nei primi giorni di settembre in modo da avviare una prima alfabetizzazione e individuare le reali esigenze per inserirli nelle realtà più idonee ad accoglierli.

Inoltre, gli inserimenti andrebbero fatti, dalle figure di sistema, sempre dopo un’attenta valutazione delle potenziali classi in cui gli alunni verranno inseriti. Al momento dell’iscrizione sarebbe necessaria la presenza di un mediatore culturale per adempiere tutto l’iter burocratico, e per poter svolgere test di verifica per individuare le competenze possedute dall’alunno e esportarle all’età anagrafica e a quanto dichiarato rispetto al percorso di studio vissuto. Il momento dell’accoglienza è determinante per dare il via ad un processo di inclusione che non sia solo di inserimento.

Teresa Pelliccia

Insegnante di Religione Cattolica. Laurea Magistrale in Scienze pedagogiche. Specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità. Master di I° livello in “Approfondimenti professionali per l’insegnante ed il formatore”. Master di I° livello in “Didattica e Psicopedagogia degli alunni con disturbi dello spettro autistico”. Master di II° livello in “Nuova Managerialità Dirigenziale”. Attualmente impegnata in un’attività di Ricerca-azione per il   conseguimento del Master in “Organizzazione e gestione di istituzioni scolastiche in contesti multiculturali”

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