L’albero dei problemi: “Il bullismo”

di Concetta Puccia

L’albero dei problemi: “Il bullismo”

Se da una parte la società reclama nuovi modelli familiari, “convivenze di fatto”, “unioni civili”, “genitori dello stesso sesso”, dall’altra parte la giurisprudenza sottolinea e accentua la doverosità degli adulti e dei genitori nei confronti dei minori. E’ cambiato il panorama, oggi la realtà in cui ci troviamo è quella di una famiglia sempre più meno coniugale, dove le figure appaiono frammentate, si sgretola il concetto di famiglia come cellula fondamentale dello Stato, si affievolisce l’aspetto della genitorialità: due donne e due uomini possono avere non solo unione simil matrimoniale ma possono avere dei figli. Pertanto noi insegnanti siamo i primi a riflettere sul cambiamento in una dimensione globalizzata, e, a constatare questa evoluzione socio-culturale nelle scuole, nelle classi, prendendo atto nel contempo anche dei mutamenti demografici, di forte denatalità, o incremento dell’età delle madri, che comporta l’aumento di figli “unici”, super protetti, nei confronti dei quali i genitori sono troppo esigenti, nutrono grosse aspettative, considerandoli quasi contenitori di loro sogni non realizzati.

Possiamo constatare anche il conseguente incremento di minori che non vivono con entrambi i genitori biologici, specie col padre, ma in famiglie monogenitoriali o in famiglie ricostruite, quindi con un genitore sociale diverso, che comporta la convivenza con altri fratelli o sorelle di età differente. Va da se’ che compito delle scuole è quello di abbracciare il cambiamento creando un ambiente scolastico caratterizzato da reciproco rispetto, nel quale nessuno si senta discriminato, incentivando il dialogo con le famiglie come canale di comunicazione privilegiato per contrastare possibili situazioni di bullismo o discriminazione che avvengono all’interno della comunità scolastica.

L’articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che tutti devono poter usufruire dei diritti e delle libertà enunciati nella Dichiarazione “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.” La possibilità di godere dei propri diritti senza discriminazione è uno dei principi fondamentali alla base del diritto internazionale e appare in quasi tutti i più importanti strumenti giuridici in materia di diritti umani. Le ultime ricerche sul mondo della scuola rilevano che gli episodi di bullismo sono in crescente aumento in Europa e che spesso esiste una correlazione tra bullismo e discriminazione.

Tutti i ragazzi e le ragazze dovrebbero crescere con la consapevolezza che hanno dei diritti, non importa il luogo in cui sono nati, come sono, chi vogliono diventare, e che ognuno è unico e merita di essere trattato con rispetto e dignità. Da un punto di vista psicologico e psicopatologico, il bullismo sarebbe espressione di un disagio giovanile, una crisi adolescenziale, un disturbo della personalità che investe sia il bullo che la vittima. E’ molto importante considerare la storia personale del bullo, si è evinto infatti da numerose ricerche come l’aggressore possa essere stato nell’infanzia vittima di abusi tendendo quindi a perpetuare un ciclo di violenze, espressione di traumi e drammi personali, che a livello penale può trasformarsi in una vera e propria carriera criminale.

Sicuramente il modo in cui il mondo degli adulti e quello scolastico affrontano, concepiscono, vivono il fenomeno sarà fondamentale per la possibilità di risolvere lo stesso. Per questo è molto importante attuare delle strategie di prevenzione, che mirino a comprenderlo e contenerlo, piuttosto che semplicemente punirlo. L’adolescente è vulnerabile in quanto vive un momento storico della sua esistenza che vede l’acquisizione dell’identità di adulto, ed essendo presente nel vissuto dell’individuo una fase di crisi, può degenerare nella patologia a causa della fragilità, per cui si verifica una rottura, una disorganizzazione della personalità che produce stravolgimenti psichici.

La devianza e il bullismo possono essere il risultato di questo percorso personale involutivo che vede alla sua base prima il disagio, poi il disadattamento. Tutto ciò non è casuale, ma frutto di fattori deficitari individuali, familiari, ambientali e sociali, che concorrono al suo sviluppo. La scuola è un luogo fondamentale dove il disagio viene espresso ma può e deve essere anche contenuto, affrontato, elaborato. Se un soggetto incontra un bullo in un gruppo di aggregazione o in palestra, lo farà saltuariamente, poche volte a settimana, e può uscire dal gruppo con una certa facilità. Il gruppo classe invece si incontra quotidianamente per diverse ore al giorno e rimane pressoché stabile, è il luogo quindi dove più facilmente può attecchire la dinamica del bullismo, e mantenersi nel tempo.

Negli ultimi decenni si sono moltiplicate diverse tecnologie sempre più sofisticate, quali telefonini e internet, utilizzati sia nelle ore scolastiche che extrascolastiche rendendo sempre più frequente e accessibile l’uso della violenza. Le vittime, qualora non denuncino il fenomeno e siano adeguatamente contenute e sostenute dalla scuola e dalla famiglia, tendono a vissuti di ansia, senso di minaccia, depressione, insicurezza, abbandono della scuola, sensi di colpa e vergogna per quanto avviene, vivendo in uno stato costante di ansia e paura, che può trasformarsi in isolamento o in comportamenti aggressivi rivolti nei confronti dei fratelli minori.

In Italia negli anni ‘90 vengono sperimentati i primi interventi volti a ridurre i fenomeni di prepotenza nelle scuole. Nel 2007 si costituisce una Commissione di lavoro sul bullismo presso il Ministero della Pubblica Istruzione e successivamente vengono redatte delle linee guida sul bullismo, pubblicate il 5 Febbraio 2007 del DM n. 16. “È la prima normativa nazionale in tema di bullismo. Prende atto del problema e disegna un progetto nazionale articolato a livello regionale e provinciale che trova i suoi capisaldi nelle campagne di informazione, nell’istituzione di osservatori regionali permanenti sul bullismo” (Maggi, 2011, p. 97). Successivamente vengono emanate altre direttive come il DPR 21 novembre 2007 n. 235 concernente lo Statuto dello studente della scuola secondaria.

  • Indica le principali sanzioni per gli studenti che infrangono le regole della scuola e le modalità con cui devono essere erogate, messe in discussione, decise;
  • sottolinea la necessità di ispirarsi a principi di rieducazione e ricomposizione dei conflitti;
  • introduce la possibilità di sospendere fino al termine dell’anno scolastico coloro che svolgono atti gravi per l’incolumità delle persone.

Si introduce il “Patto educativo di corresponsabilità”, all’atto di iscrizione ogni scuola dovrà esporre ai genitori diritti e doveri di ognuno. Un altro passo è il DM 16 Gennaio 2009 n. 5, rivolto a scuole secondarie di I e II grado, stabilendo che la condotta di ogni studente venga espressa in decimi, e, che se insufficiente determina automaticamente la bocciatura o la non ammissione agli esami (Maggi, 2011).

Altre indicazioni normative hanno un carattere educativo e di sensibilizzazione, quali il Documento per la sperimentazione dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” del 4 Marzo 2009, nel quale si inseriscono le indicazioni progettuali del Parlamento e del Consiglio d’Europasulle “competenze chiave per l’apprendimento permanente”. Inoltre il protocollo d’intesa tra il Ministero P.I. e Pari Opportunità siglato il 3 Luglio 2009 che istituisce una settimana contro la violenza per promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione per studenti, genitori e docenti sulla prevenzione della violenza fisica e psicologica (Ricci, 2011).

Sarebbe opportuno creare punti di raccordo nazionali e regionali per quegli insegnanti, operatori, ricercatori che da anni lavorano in questa direzione, ascoltando le loro osservazioni e mettendo in rete le esperienze. Una particolare attenzione andrebbe rivolta alla valutazione dei progetti e alla diffusione di quelli che hanno ottenuto risultati migliori, in modo da renderli esportabili in altri contesti. Inoltre sarebbe importante, per contrastare tale fenomeno, organizzare il lavoro dei docenti in modo da favorire la condivisione in equipe e lezioni in compresenza; incentivare la continuità didattica e rafforzare la formazione sulla gestione dei gruppi, proprio per gli insegnanti che lavorano in scuole dove il bullismo è presente in misura maggiore, in base a ubicazione geografica della scuola e all’ambiente socio-culturale circostante.

Di recente è stata annunciata la necessità di introdurre nella scuola l’educazione alla salute. Va ricordato che, secondo la definizione OMS, la salute non è soltanto assenza di malattia ma benessere psicologico, relazionale e sociale. Va da sé che l’educazione alla salute non possa essere interamente delegata a figure sanitarie, ma vada realizzata nell’integrazione tra diverse professionalità. Suscitare interessi nei ragazzi che canalizzino l’aggressività in attività sportive, culturali, fisiche indirizzate ad uno scopo socialmente condiviso è un modo efficace per prevenire il bullismo. Il gioco dei ruoli che ad esempio il teatro prevede stimola in qualche modo l’empatia e l’immedesimazione nell’altro. Tutte le forme d’arte possono avere un ruolo educativo e di prevenzione.

Un’altra risorsa importante per i giovani è lo sport (box, kick boxing, arti marziali), al fine di scaricare aggressività, risentimento, frustrazione, sempre però all’interno di regole e finalità specifiche. È difficile in tal senso trovare un giusto confine tra punizione, rimprovero e comprensione; di sicuro per le cause di fragilità e insicurezza, traumi familiari, anche il bullo va compreso e non demonizzato né emarginato, ma l’adulto non può accettare determinati comportamenti o limitarsi a giustificarli, facendosi sopraffare. L’educatore deve assumersi la responsabilità del suo ruolo, deve scavare nell’anima del bullo, accompagnandolo ad assumersi le responsabilità dei suoi atti e comportamenti. La responsabilità porta alla presa di consapevolezza, la presa di consapevolezza produce il cambiamento.

Concetta Puccia

Laureata in Scienze Politiche presso Università degli Studi di Catania, specializzata in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni. Attualmente docente di Discipline Giuridiche ed Economiche. Ha conseguito Corsi di Perfezionamento in “Giustizia dei Minori e della Famiglia” presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania, e in “Criteriologia di Azione Didattica nei Contesti Scolastici Interculturali” presso Università Europea di Roma.

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