La scuola tra comunità e conflitto

di Rosalba De Mitri

La comunità scolastica possiamo definirla un insieme di più comunità: quella dei genitori, quella degli studenti, quella professionale dei docenti e quella del personale assistente tecnico amministrativo. La scuola, quindi, è un sistema complesso nel quale si confrontano sottosistemi spesso profondamente divergenti; un contesto dove le aspettative, i bisogni, gli interessi dei vari attori coinvolti (alunni, genitori, insegnanti, personale ATA e personale dirigenziale) possono causare malintesi, disaccordi, litigi sino a determinare relazioni conflittuali. Queste ultime se non vengono ben gestite minacciano il benessere scolastico sino a generare non poche criticità. Nella legge n. 107/2015, Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti, la parola comunità viene citata ben sei volte e dalla lettura del comma 93 -lettera e- emerge con chiarezza quanto segue: compito del dirigente scolastico è la direzione unitaria della scuola, la promozione della partecipazione e della collaborazione tra le diverse componenti della comunità scolastica.

Il dirigente scolastico, nel perseguire il miglioramento del servizio scolastico, ha la responsabilità di promuovere la collaborazione tra i vari attori del sistema scuola. Si tratta di una responsabilità molto importante e di non semplice gestione se pensiamo alle molteplici possibilità di conflitto che potrebbero verificarsi nel microcosmo scolastico. E allora quali strumenti ha il dirigente scolastico per mantenere l’equilibrio tra le varie componenti della scuola e promuovere comunità? Per tentare una risposta credo sia utile riflettere sul termine comunità: una parola calda che evoca accoglienza, condivisione, senso di appartenenza, fiducia, collaborazione, solidarietà. Pertanto per costruire comunità scolastica è necessario sviluppare l’arte del dialogo: servono dialogo e comprensione per far incontrare i diversi attori della realtà scuola.

È necessario promuovere forme d’incontro cooperative basate sulla fiducia e il rispetto reciproco, la collaborazione, la condivisione di spazi e di tempi dove tutti traggano beneficio dall’incontro con l’altro e ognuno si riappropri della capacità di essere nella relazione. La mediazione potrebbe dare una risposta a queste tematiche in quanto è uno strumento pedagogico capace di cambiare lo sguardo verso l’altro, diverso da noi, e di incontrarlo anche nel conflitto.

Il conflitto, infatti, fa parte di ogni relazione umana perché è un evento naturale che nasce dalla diversità: dimensione irrinunciabile del vivere. La mediazione si fa carico del conflitto, della rottura di un dialogo e crea ponti tra i diversi desideri delle persone coinvolte aiutandole a trovare un accordo; in questo modo l’evento conflittuale diviene una preziosa opportunità di cambiamento, di crescita per riorganizzare le relazioni e giungere a soluzioni vantaggiose per tutti. Nello specifico, il mediatore scolastico è un terzo neutrale (nel senso che è imparziale, non patteggia in alcun modo), “sta in mezzo”, è equidistante dalle parti in conflitto, che liberamente hanno chiesto aiuto per riaprire i canali di comunicazione interrotti, per rimettere ordine nel proprio disordine emotivo, per far emergere i bisogni di ciascuno al di là delle posizioni e  recuperare la capacità di vedere l’altro come qualcuno da rispettare e di cui potersi fidare. Le parti, in altri termini, vengono aiutate a governare il conflitto e a riappropriarsi sia del loro ruolo, sia delle loro capacità decisionali.

La capacità di autodeterminarsi e di assumersi le responsabilità di decidere è un concetto cardine della mediazione. In tale prospettiva la mediazione ha un’alta funzione sociale perché opera sul concetto di responsabilità inteso come attitudine a progettare, assumere e mantenere un impegno; educa alla responsabilità di pensare diversamente nel rispetto e nel riconoscimento reciproco che è requisito indispensabile di una comunità che voglia dirsi civile. Alla luce delle considerazioni fatte un Dirigente scolastico che decida, nel rispetto degli organi collegiali, di adottare programmi di mediazione scolastica sicuramente opta per un utilissimo strumento finalizzato a sviluppare abilità e competenze sociali in tutti i protagonisti della scuola, ed in questo modo promuove lo sviluppo di una comunità scolastica capace di considerare la mediazione come una pratica educativa intenzionale di gestione trasformativa delle situazioni di conflitto. In altri termini una comunità scolastica che pratica la mediazione, sa chiedere aiuto ed è capace di aiutare, attiva le risorse interne, anche conflittuali, è in grado di gestire la complessità, di fare richieste e intraprendere scelte autonome, di progettare il futuro, piuttosto che praticare la lamentela e il desiderio di una “scuola ideale” priva di conflitti.

Rosalba De Mitri

Docente di scuola secondaria di secondo grado con diploma di specializzazione polivalente. Ha conseguito la laurea con lode in Pedagogia, il Diploma internazionale in Gestalt Counseling accreditato A.E.C. e il Titolo di Mediatrice Familiare accreditato A.I.Me.F.. Ha collaborato con l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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